30 maggio 2018

MIAO-SOCHISMO


Tu sei lì che cerchi di dormire. Buio. Notte.
Qualche rumore di foglie nella campagna illuminata solo dalla luna. Il vento che fa frusciare gli alberi di ciliegio carichi di frutta rossa e matura. Una cicala in lontananza. Una macchina che accelera sulla bazzanese laggiù in fondo alla via, attutita dal silenzio della campagna. Una luce di un lampione che trapela dalla finestra socchiusa. Tu con gli occhi che si stanno socchiudendo mentre Adam (in TV) si sta mangiando quello che sembra il panino più buono e più grasso di sempre nella sua lotta di Man Versus Food sul canale 33. Il piccolo cucciolo d’uomo che ronfa accanto a te, con le manine cicciottelle, appiccicose e irrimediabilmente sporchine (anche se gliele ho sgurate mezz’ora – sì giuro – prima che chiamiate i servizi sociali). Eccolo il sonno che arriva. I sogni belli. La quiete dopo una giornata di lavoro e di faccende domestiche e famigliari. Quel momento di serenità infinita in cui affondi le mani sotto la morbidezza del cuscino, accarezzi le lenzuola fresche con i piedi nudi e pensi che finalmente un buon sonno ristoratore attende il tuo corpo.

Ecco. Ci siete fino a qui? Avete presente quel momento? Quell’attimo? Quell’unico momento della giornata che vi riposate? Che finalmente vi abbandonate alla quiete che precede il meritato sonno?
Ecco. Io ho deciso di prendere un gatto. Un cucciolo di gatto di un mese e mezzo. Nero come il carbone. Con gli occhi verdi come gli smeraldi grezzi. Completamente fuori di testa.
Quindi rivediamo un attimo la suddetta situazione.

Tu sei lì che cerchi di dormire. Buio. Notte.
Qualche rumore .. sempre più incalzante, lui il piccolo nuovo di casa sale le scale di quattro in quattro come fosse una lepre in preda alla sindrome del bianconiglio. Poi si sfionda sul letto. O almeno ci prova perché è lungo (o dovrei dire corto) circa 20 cm per cui deve saltare dieci volte prima di raggiungere il materasso alla vertiginosa altezza di circa 50 cm, e ad ogni tentativo lo senti provare ad aggrapparsi con quelle unghiette affilatissime che Miracle Blade può solo accompagnare e già pensi a quanti vestiti dovrai rinunciare per ricomprare il letto completamente distrutto dal gattino che hai voluto TU.  Poi arriva sul letto, e nell’ordine salta Paride con un balzo, ma una zampina gli resta impigliata nelle coperte e strabuzza sulla testa del piccolo cucciolo d’uomo dormiente miagolando come un forsennato in una piroetta aerea che Yuri Chechi spostati. Ed ecco che i rumori diventano sia lui che smiagola che il cucciolo d’uomo che gnola per essere stato svegliato. Poi finalmente prende bene le misure, e salta a piedi pari su di te. Con entrambe le zampe anteriori tipo batterista di un concerto punk-rock sotto acido. Cercando di capire se le unghiette le può usare o meno in questi suoi tentativi di caccia-grossa-nella-savana-visto-che-credo-di-essere-una-pantera-nera. Si allena a fare Baghera la piccola belva, con le mie mani, le mie gambe, i miei piedi, e l’avambraccio come prede.. avete presente quella parte di braccio liscia, morbida, soffice.. quella dove manco i peli ci crescono tanto è delicata. Ecco. 5 unghiette come spilli conficcate nella carne. Con il pelo più morbido di sempre, e con la cattiveria più terribile di sempre. E se lo allontani miagola così. Maomaomaomaomaomaomaomaomaomao(all’infinito). Che sembra Fedez in preda ad una canzone d’amore per la Ferragni. Stessa piacevole melodia. Stesso ritmo incalzante. Stessa simpatica cantilena. Stesso sentimento scaturito nell’ascoltatore “diotipregosmetti”.
Maomaomaomaomaomaomaomaomaomao (all’infinito) in crescendo. Ok. Ok. Entra.
Ed eccolo ripartire l’allenamento modi cross-fit della piccola pantera nera che tenta di compiere l’agguato del secolo, con tanto di culetto all’insù e testa maldestramente mimetizzata tra le lenzuola BIANCHE. Sei nero tu. Ti vedo. Un balzo ed ecco nuovamente 5 unghiette conficcate nella caviglia che lui pensa siano una gazzella in sud africa. Maledizione. Io non dormo, non dormirò mai più.

A paride stamattina ho detto “è fuori di testa Mazinga”… e lui con quella saggezza serafica che può avere solo un bambino cresciuto a pane ed ironia mi ha risposto “mamma, lo abbiamo chiamato Mazinga, lui prova a lanciare i raggi fotonici..”

Niente. Hanno ragione loro.
Io mi chiedo che diamine mi è passato nell’anticamera del cervello quando ho deciso di prendere un piccolo cucciolo di pantera. A cui abbiamo per lo più dato il nome del più forte robot di tutti i tempi.
Quando in casa già avevo un piccolo cucciolo d’uomo, con il nome del più temibile personaggio epico. E già ne avevo avuto la prova, che il nome CONTA.

Biscottino lo dovevo chiamare. O Fufi. Maledizione.
Ma niente, gente, ben mi sta. Quando si suol dire “non imparare dai propri errori”. Un figlio di nome Paride e un gatto di nome Mazinga. Cosa pensavo davvero? di ascoltare i grilli la sera nella quiete che precede il sonno?

Poi però li ritrovi così... e il tuo cuore si trasforma in un attimo in un patè-di-pollo-e-tacchino-in-gelatina.


10 maggio 2018

Psycho.


Parliamo per una volta di cose serie. Per quanto mi è possibile, tra una sopracciglia tirata su e l’altra ad odiare mezzo mondo. E l’altro solo un po’ meno. Figlio escluso. Che quello core-de-mamma è luce. Con la L grande. Luce. Nel senso che sta sempre acceso a rompe-er cazzo. No. Dai. Scheeeerzo. ZSCUUUUSAAAAA (Cit.)

Torniamo alle cose serie.

Nella mia vita ho sempre pensato e creduto che dalla psicologa ci vanno i matti. O quelli che non hanno amici che li ascoltano, perché alla fine di parlare si tratta. Di te. E gli amici a cosa servono se non a quello no? E allora se tu non hai amici, hai bisogno di pagare uno per ascoltarti. Che pena. Che tristezza. Che solitudine infinita. Ovviamente si parla di psicologi girl-friendly. Di quelli che devono supportare nelle turbe pre-post-adolescenza ragazze "normali" in costante crisi ormonali di varia tipologia.... Robe tranquille. Non di quelle robe serie e terribili per cui devi prendere calmanti altrimenti ti ritrovano in una vasca da bagno vestito a guardare la D’Urso. Che vabbè, quelle sono patologie e non mancanza di amici. E allora meglio pagare e guarire in fretta.

Dallo psicologo ci vai se non hai amici o sei matto matto, pensavo. Tipo matto che devi chiudere e riaprire la porta di casa 7 volte o multipli di 7. Che devi fare il segno della croce 2 volte e mezza se ti attraversa la strada un gatto nero a marzo, negli anni bisesti.  Tipo che se metti il piedi destro a terra prima del sinistro chiami e ti metti in malattia perché l’oroscopo di Fox ha detto che è segno di una svolta terribile del toro in cuspide con plutone ed uranio. Che quello poi si è anche impoverito. Vedi la sfiga?!

Dallo psicologo ci vanno i matti. Quelli che vedono la gente morta. Si sentono seguiti. Parlano con gli alberi. Non mangiano carne. Tipo quelli lì.. tipo i vegani ecco giusto per capire una tipologia. Ma la gente normale dalla psicologa non ci va. Poveretti. Che vergogna. E’ riprovevole, ci vanno i matti. Della serie ne avete mai visti di Selfie con il becco d’oca fuori dalla psicologa con scritto “new look-inside” #sonomatta #segretoprofessionale #hofattoloshatushalmiopassato. ??? Nah.. non credo. Instagram è psicologi-free.

Poi, in realtà, per cose che non vi starò qui a raccontare ma che hanno a che fare con la formazione personale suggerita dall’azienda e che, pur di non fare risatine isteriche a comando, ci vado tutti i giorni dallo psicologo.. ecco robe così, ho pensato che fare qualcosa per la mia introspezione personale non fosse poi del tutto male. Visto che appunto odio tutti. Spesso. E talvolta anche me stessa. E così mi sono detta perché non provare. Un’amica che ho particolarmente a cuore un giorno mi ha detto che “andare dalla psicologa è il miglior regalo che puoi fare a te stessa”. Mi ha convinto. In un secondo. E ho detto.. dai una volta voglio provare.

E così ti ritrovi seduta a parlare di quanto avevi 12 anni e l’amica della sorella ti ha distrutto i sogni di bambina con una frase buttata lì. Ti ritrovi a capire che hai l’ansia, i sensi di colpa, l’emotività bloccata, la mania del controllo, le doppie punte ed anche.. a tratti.. le crisi depressive che sfoghi nella birra. Che bho. Può esse' pure. Ma adesso che ci penso in effetti quei soldi lì li potevo spendere in birre belghe doppio malto. Che con quelle parlo che è una meraviglia, ti racconto pure i sogni che facevo da bimbetta, quando sognavo di volare dentro un tendone pieno di gente. Che poi, con il senno di poi e con la consapevolezza dei miei 37 anni vi dirò che secondo me era un tendone dell’October fest. Bambina felice.

Insomma, dai, sto scherzando.. in realtà qualche giorno fa un’amica mi ha condiviso un post che parla del fatto che in un mondo malato sono le persone normali ad andare dallo psicologo, vi confesso che il post non l’ho letto, ma il titolo mi aveva già convinta. Anche perché in queste occasioni hai bisogno di dire a te stessa che sei normale, per non impazzire, che poi è una contraddizioni in termini.. tanto dallo psicologo già ci vai. Quindi forse meglio pensare che ci vai a ragion veduta. Insomma, che non sono soldi buttati via che potresti spendere in birra e viaggi. 

E sapete cosa vi dico, credo che la mia amica avesse ragione, arriva un momento della propria vita che mettere uno dietro l’altro tutti i tassellini che ti hanno resa ciò che sei è utile. E prezioso.

E arrivi finalmente a capire qual è la diagnosi. Chi sei. Perchè sei così. E che va bene. Va bene come sei.... e da lì tiri un sospirone di sollievo e capisci che tanto male non va.

Et voilà.



03 luglio 2017

Godzilla

Occhi grandi, capelli lunghi, le ciglia flap-flap che lasciano poco scampo.
Non sono perfetta, ma nemmeno un po’, eppure è quello che mi è sempre stato richiesto.
Ottimi voti. Schiena dritta. Mangiare a bocca chiusa con gomiti stretti. Sorridi e saluta.
Ragazzi di buona famiglia. Amiche laureate. Diciottesimi di compleanno al Circolo Bononia con il vestito lungo di Armani.
Macchine con vetri oscurati. Casa al mare. Vacanze in America.

La perfezione è uno dei fardelli più dannatamente difficili che ti mettono sulle spalle da piccolina.
Devi essere quella brava a scuola, quella educata, quella elegante, quella sposata in Chiesa con bambini educati e vestiti bene.
Devi portare avanti questo impegno che hai preso con la vita senza battere ciglio, con impegno che nemmeno fossi l’amministratore delegato della Lamborghini.
La casa con le tendine in pizzo. Le bollicine alle cene importanti. Il vestito sartoriale. Il lavoro di pregio ma anche il tempo per occuparti della casa, dell’educazione di tuo figlio, l’inglese parlato quasi perfettamente.

E poi un giorno, in lacrime in un angolo di vita, ti rendi conto che perfetta tu non ci riesci più ad essere.  Che forse, davvero, non avresti mai voluto che nessuno te lo mettesse in spalla questo fardello.

Che vuoi mangiarti le unghie.
Vuoi avere i capelli spettinati, il trucco sbavato, bere birra fino a notte e dormire fuori casa.
Vuoi che tuo figlio si rotoli nella sabbia del cortile della scuola e ti abbracci sporcando il tuo vestitino di H&M da 7€. Bianco. Ed anche un po’ trasparente, che nessuno ha detto che devi per forza fare la suora di clausura.
Ridi a crepapelle in una panda puzzolente anche se non ha i vetri oscurati. Le vacanza invece che nell’hotel costoso ti andrebbe benissimo farle a Tavernelle nel soggiorno dell’amica più pazza che hai.
Che quella perfezione che con tutto il cuore hai perseguito per una vita sta soffocando la felicità, la libertà, l’Anna che c’è sotto.

L’Anna imperfetta.

Quella che mette i piedi sul cruscotto della macchina. Che odia il perbenismo, il qualunquismo, il bigottismo. Che crede che nella vita si possa e si debba cambiare idea ogni tanto. Altrimenti la testa ti puzza di chiuso.
Quella che trova che se il suo bimbo mangia con le mani e si sporca di maionese fino alla punta dei capelli, va bene così. Lo pulisco piluccandogli il ciuffo. E rido con lui a crepapelle.
Quella che va bene anche uscire la sera e fare le quattro del mattino con qualche cattiva compagnia. Che chi decide poi chi sono le cattive compagnie?
Quella che non si veste Armani e non saluta con cortesia la madre della sorella della zia della suocera. Che nemmeno sai chi diavolo sia.

L’Anna che non è sempre elegante, ed alle volte balla fino all’alba, sorridendo a chiunque incroci il suo sguardo che per fortuna sa non “ce l’ha” solo lei, e quindi non importa che se la tiri come se fosse Belen al Bilionarie.
Quella che a 36 anni non ha deciso che va sempre bene tutto, comunque, in ogni caso, senza lottare. Senza mettersi e mettere tutto in discussione. Solo perché non si fa.
Quella che i capelli lunghi e gli occhi grandi li ha comunque, anche se alle volte sono pieni di lacrime perché perfetta non riesce più ad esserlo.
Che si impegna perché il suo bimbo sia felice, più che elegante, che si impegna perché viva mille avventure piuttosto che sia ben educato a tavola. Che non gli frega proprio nulla che saluti la gente con la manina sporca di ciliegie, fin tanto che saprà arrampicarsi sugli alberi con il sorriso più bello del mondo, come un piccolo Tarzan. Finché guarderà me negli occhi dicendomi, la mattina alle 8, che mi vuole bene.

Che con le tendine di pizzo ci vorrei fare un tappeto volante per scappare via da tutti quelli che dentro casa provano a guardarmici dentro. E che il vestito sartoriale ad un certo punto prendo le forbici e lo taglio sopra il ginocchio, perché così si balla più liberamente.
Che l’inglese lo voglio parlare perfettamente per girare il mondo, non per essere un orgoglio per il papà, che alle volte mi scrive “cordialmente” alla fine di un messaggio email.
L’Anna che mangia con i piedi sulla sedia, accovacciata come una bambina, e spilucca dal piatto di chi ha accanto.E non saluta la gente per strada, e se ha qualcosa da dire a qualcuno lo fa guardandolo negli occhi fino all’ultima parola, non dietro ad un PC o sparlottando con altri.

Quell’Anna dei miracoli per cui mi sono presa sempre sberle da bambina, perché non si fa, perché dovevo essere sempre perfetta.
E poi ad un certo punto, presa dal peggior raptus che ti sia mai venuto nella vita, ti trasformi in Godzilla e provi con tutta la forza che hai in corpo a spaccare tutto.
Ma tutto tutto tutto. Che non sono perfetta, non lo sono mai stata e non lo voglio mai più essere.


Voglio essere Godzilla ed essere il più imperfetta possibile e lottare per la mia libertà, per quanto forte voi mi sparerete contro. O forse, più che Godzilla, voglio tornare ad essere l'Anna dei miracoli cieca e sorda al resto del mondo. Chiusa nel suo mondo imperfetto che vaga a tastoni di una vita al buio alla vana ricerca che qualcuno, dannazione, creda in lei nonostante la sua IMperfezione.

20 aprile 2017

E’ dalle imperfezioni che entra la luce.

Non sono una persona semplice, né lo voglio essere. Non faccio sempre e comunque quello che le persone si aspettano che io faccia. E ne sono fiera. Perché quando gli equilibri si rompono le persone si devono esporre per non cadere. E' fisica.

Non sorrido a comando, a meno che non sia un poliziotto che mi ferma alle tre di notte ed io devo evitare l’alcol test. Allora sì, sorrido a comando. O al Commando. Basta che mi lascino tornare a casa con macchina e patente. Che qualche cavolo di vantaggio ad essere femminuccia ci deve pur essere. 

Non rispondo ai messaggi se non c’è niente da rispondere, a meno che non abbia voglia di scrivere qualcosa io, e per la maggior parte delle volte se scrivo è perché mi piace la sensazione di aspettare una risposta. Di vedere il “…sta scrivendo” che compare sullo schermo del telefonino per poi lasciare il messaggio un po’ lì, non letto, per il gusto di sapere che c’è. Per godermi quel tempo di attesa che odora di sabato del villaggio. Che non è Fantozzi. Capre-ignoranti.

Non resto il sabato sera a guardare a casa c’è posta per te. Nemmeno se prendessi il Lexotan ed avessi 84 anni. Il sabato sera mangio pizza surgelata, bevo birra surgelata, e rido come una matta ballando musica degli anni 2000 guardando improbabili ventenni con pantaloncini aderenti e scosciati sculettare bevendo Redbull e vodka… generazione di rincretiniti che non ha neppure capito che il party anni 2000 dell’Estragon non parlava dei nati nell’anno 2000. UmbertoECOpregapernoi.

La mattina mi sveglio alle 6.15 fresca come una rosa, che manco i frati francescani e inforco le All-Star distrutte da teenager denoattri, carico il cucciolo d’uomo di tre anni e mezzo sulla bici, e mi inebrio della campagna alle 8 del mattino. Mi inebrio da 39 di febbre e mal di gola per una settimana. Mi inebrio di marito che rischia l’attacco di allergia e la morte certa fra nuvolette di polline. Mi inebrio di mio figlio che cerca con tutte le sue forze di farmi cascare ad ogni curva spostando sapientemente il peso del suo corpicino esattamente dalla parte opposta di dove dovrebbe. Mi inebrio di campagne fiorite e cieli azzurri che Van Gogh spostati che io c’ho Instagram con il filtro “Lo-Fi” che non so che cavolo voglia dire ma Fi(ga) mi ci fa sembrare pure se ho le occhiaie da Panda in estinzione.

Non ascolto le dicerie e faccio lo slalom tra i consigli di vita e gli aforismi da bar sport della pagine Facebook. Se morite dalla voglia di sapere come sto, vi do un consiglio spassionato: potete tirare su il vostro bel telefonino che non serve solo a scrivere gli stati colorati di sta ceppa e chiedermelo invece di studiare i miei stati su Facebook manco fossero la monografia di Pirandello - che a farci una tesi di laurea ti danno la laurea ad honorem in scienze del fatti i cavoli tuoi e a farci un'indagine statistica ti leggono di sicuro nell’edizione di studio aperto delle 12.15 che guardate solo voi e la zia Assuntina. Porcalapupazza.

Non mi metto i tacchi che tanto sono bassa. Non faccio fesso nessuno con 15 cm di tacco e una camminata che sembro Pelè in via rigosa. E se li metto ci vado dalla scrivania dell'ufficio al bagno e ritorno. E a metà mattina sono già a piedi nudi per il corridoio che le fotocopie le vado a prendere correndo che se mi vede il capo altroché dress-code parte la denuncia. Mode primavera estate 2.0. Il piede scalzo tira.

Non sono una persona semplice né facile. Non sempre faccio cose che poi sono in grado di spiegare. Figurati se siete in grado di spiegarle voi. O di capirle. O di provare a farle capire a me. O di provare a spiegarle agli altri. Faccio cose e punto. Poi vorrei avere la bacchetta magica e tornare indietro che #ancheno ma indietro non si torna, allora cerco di andare avanti a testa alta e spalle larghe, e sorrisi spianati come vestiti nuovi, che se porti avanti i tuoi errori con orgoglio finisce che gli altri li scambiano per scelte ponderate, e forse capita pure che la gente si domandi se siano successe davvero o non sia forse solo frutto della loro immaginazione. Che bisogna andare a scuola da Dynamo che mentre con nonchalance ti riempie la stanza di farfalle colorate ti ciula l’Iphone 9 e seppellisce il cadavere di tua nonna sfoggiando il sorriso più aggraziato che la mamma ci ha donato. Magggia-Maggia. Tutta invidia la vostra che avete già passato il tempo delle marachelle. A me capita di esserci dentro ancora alle volte. Che come dice il saggio, una cosa è invecchiare ed una cosa è crescere. O era il guru della due giorni motivazionale che avrei preferito morire che frequentare. Bho. Poco importa, su questo (e solo su questo) aveva ragione.

Non vivo nel mondo delle fiabe, anche se ho i capelli lunghi come Rapunzel (a detta di mio figlio) ed ho imparato a fare i conti con la realtà della vita. Non pretendo di avere accanto il principe azzurro, perché si sa sempre meglio trovare Shrek e tenerselo stretto stretto. E se le favole non sono sempre facili e semplici meglio ancora, serve creatività, inventiva ed ottimismo. E facile e semplice non lo sono nemmeno io. E fiducia nel futuro, realtà o favola che sia, che prima o poi arriva sempre un lieto fine.

Non sono una persona lineare e lo dimostra il fatto che mio figlio invece che sapere le canzoncine della baby dance si arrampica sugli alberi al grido di “mazeeeenga mazeeenga… robooooot”.

E poi mi prende la faccia fra le sue manine pacioccose e mi dice “Mamma. Tu sei quella giusta”.

Ecco. Non sono semplice. Né facile. Né lineare.
Ma sono quella giusta. 

Scrivetela voi una favola più bella di questa.

16 marzo 2017

Pecore e Lupi.

Non si nasce buoni o cattivi.


Prima stavi dalla parte dei lupi. Dopo un minuto stai dalla parte delle pecore.
O viceversa, poco importa. Quando sei lupo pensi che le pecore siano tutte stupide, mediocri e banalotte. Pecoroni. Appunto.

Quando sei pecora pensi che i lupi siano personaggi poco raccomandabili, egoisti, egocentrici, manipolatori, amorali. Lupi cattivi. Appunto.

Quando improvvisamente passi da un gregge ad un bosco, o viceversa, la confusione prende il sopravvento perché quelli che prima vedevi come nemici diventano i tuoi compagni di merende.
E quelli che erano i tuoi compagni di merende diffidano di te, non entrano nel buio del bosco che ora ti sembra casa tua, e tu, per senso di protezione nei loro confronti, li ammonisci che meglio non entrare che chi si addentra è perduto.

Eppure tu non sei nata Lupo. E nemmeno pecora. 
Tu puoi ogni santo giorno decidere se essere pecora o lupo. O nessuno dei due. O tutte e due.
Perché ci sono parti di me che vogliono brucare mansueta l’erba tutta la vita e oltre. Perché ci sono parti di me che le pecore se le vorrebbero mangiare a colazione.
Perché esiste quella parte dentro ciascuno di noi che è inesorabilmente fuori dagli schemi, che imbrigliata non sa starci, che non vuole starci, che ruggisce come un leone e se la tieni troppo in gabbia arriva il giorno che dell’ammaestratore trovano solo gli stivali.

Come in Breaking Bad....
Prima parti perfetta, come tutti ti vorrebbero. Poi d’improvviso diventi un casino incredibile.
Non che ammazzi gente, sia chiaro, e manco che cucini le metanfetamine che io già se sento odore di Gas in cucina chiamo i pompieri.
Non che ti prendi droghe o altre robacce che manco sono capace di inghiottire la pastiglia di Moment intero figurati…
Non che nascondi i soldi nel controsoffitto,  manco ce l’ho il controsoffitto… e manco i soldi a dire il vero.
Non che sciogli gente con l’acido nella vasca da bagno, che nel mio bagno a pois beige i contrabbandieri messicani si rifiuterebbero proprio di entrare. Suicidio del Cartello Messicano alla vista di tutti quei pois, che hanno una certa reputazione anche loro. 

Non sono mica cattiva io. Ma nemmeno pecora. E nemmeno lupo.
Sono quel mix di faccio quel cavolo che mi pare, e vedi di starmi fuori dalle palle. A giorni alterni come le targhe. E il giorno dopo sono in modalità Madre Teresa di Calcutta. Tutta sospiri di bontà e emoticon con i cuori.
Mentre affilo le unghie. Perché in fondo credo che ognuno di noi sia un po’ così. La parte buona e la parte cattiva. Un po’ Pecora e un po’ Lupo.
E poi ci sono i periodi della vita dove sei più pecora, e quelli dove sei più lupo. Ed è difficilissimo per il mondo circostante capire cosa fare con te.

Tosare? Cacciare?
Arrosticino o pranzo con la nonna? Nel senso che te la pappi per pranzo, la nonna.

Ci sono così mattine che ti svegli che sei Lupo. Sono quei giorni in cui tutto ti sembra una sfida da vincere. Che non ti fa paura niente. Che hai gli occhi con quella luce in più che la gente abbassa lo sguardo. Che chi ti conosce ti guarda strana. Che in via del Pratello di fermano due ragazzi per darti il foglietto del movimento dei Giovani Cattolici perché si capisce a prima vista che hai perso la retta via. Ah Lupo. Redimiti. Now.

Ci sono mattine che ti svegli pecora. Che rimetti tutto in discussione. Che hai solo bisogno del tuo angolino di verde tranquillo e sereno. Che hai bisogno del pastore che ti indichi dove andare, cosa fare, dove mangiare, quando belare. E l’unica cosa che ti interessa è il cielo azzurro sopra e il verde sotto, ed il resto non è affar tuo e si vedrà. Meglio non prendere decisioni. Meglio proprio NON averne di decisioni da prendere. Meglio navigare in acque tranquille e disinteressarsi del mondo. Tanto se il lupo dovesse arrivare preoccuparsene non migliorerebbe le cose. Frasi fatte, selfie a manetta, lasciamo correre e ce ne fottiamo. Ah Pecora. Con l’h. Che A pecora non suona bene. Ecco. Anche se la vita alle volte un po’ ti ci prova a mettere.

E così. Inutile dire che è la storia di sempre. Di tutti. Chi se ne accorge. Chi no. Chi si sente più pecora. O più lupo.
Chi fa il pastore. Chi fa il capogregge, ma sempre pecora è. Chi è un lupo buono. O fesso. Chi non è né l’uno né l’altro e arranca alla ricerca della verità.
Chi la verità è sempre convinta di averla in tasca. Chi non è ne pecora né lupo ma giudica entrambi. Chi di problemi non ne ha nessuno e vive felice.

Beeeeeeeati loro.

05 dicembre 2016

Che CLASSE! :-)

Ebbene sì, io sono sempre io, e loro sono sempre loro.. eppure sono passati tantissimi anni.
Se non sbaglio ci siamo diplomati che era il 1999. C’erano le Lire gente. C’era la prof. Di inglese che se non andavi alle riunioni di Comunione e Liberazione ti rifilava 5 accademici così. Perché era diversamente democratica...
C’era la prof di mate Vichinga che si era presa la cotta per il prof di storia dell’arte che era un figo da paura. C’era la prof di italiano di cui non ricordo il nome ma che a Marzo già aveva finito la voglia di insegnare. Marzo dell’anno prima.
C’era la prof di filosofia sindacalista che secondo tutti aveva una tresca con uno studente, che non si sa bene perché andava a prendere ripetizioni da lei anche se di ripetizioni ne aveva bisogno come Paris Hilton della paghetta.
C’erano i banchi tutti uniti, le Smemo gonfie da scoppiare di cazzate assurde, le gite di classe dove ognuno di noi ha una versione diversa di come sono andate le cose.
Ci sono gli aneddoti che tutti si ricordano, quelli che non si ricorda nessuno ed è meglio così, quelli che ci sono varie versioni diverse – una meglio dell’altro.

Ci sono le foto ricordo, quelle dove ti chiedi come cavolo è che mi vestivo con il maglione dieci taglie più grande di me, che come dire.. visto che sono sempre stata alta un metro e una cicles, non è che proprio mi donassero. La salopette di Jeans. Le magliette unisex della Maui & Co. che speriamo sia fallita. I cappellini con la visiera tutti colorati che adesso se non sei un rapper-sfigato-americano manco te li vendono. Gli orecchini da naso con la calamitina interna che per paura che respirando forte mi salisse al cervello mia madre il piercing vero al naso me lo ha praticamente fatto lei.

 I dr. Martens che andavano in giro da soli e li usavo come pantofole mentre adesso anche solo se me li provo in negozio mi vengono le vesciche. Le risate a crepapelle .. sulla pelle, appunto, di qualcun altro, ignaro delle nostre prese per i fondelli. I pianti disperati... perché a quell'età si soffre davvero, perché le prime delusioni, le prime rinunce, i primi amori.. hanno quel sapore profondo ed infinito come le prime lezioni di filosofia...che poi solo il cinismo è capace di sbiadire.
Perché poi il cinismo, la razionalità, le esperienze di vita ti mettono indosso quella coperta di rinuncia alla ricerca della felicità che ti anestetizza un po’.

Perché quando hai 16 anni la felicità ti sembra un diritto, quando ne hai 36 pensi che sia un’utopia e smetti di crederci.

Eppure in quella sgangherata 5^E io di felicità ne rivedo un sacco.
E negli occhi di ciascuno di loro rivedo me ragazzina pelosetta-arruffata-bruttina, con lo stesso carattere di m***a che ho adesso, con gli stessi occhioni grandi e i capelli lunghi lunghi.

E rivedo la bella biondina, con i tacchi alti e il sorriso più contagioso che conosco. Che nonostante sia una mamma da anni ha sempre quell'aurea di giovane combattente che la rende più guerriera che principessa.

E rivedo le secchione di sempre, brave e belle dentro,  mamme e professioniste, che la felicità l’hanno trovata.. ma ho come l’idea che sia completamente diversa dalla mia idea di felicità. Vera, appassionante, stravolgente. Too far from me.

E rivedo il senso di conforto della giovane professoressa di oggi, che è sempre stata colei che con un sorriso sapeva rassicurare un’intera classe, ora capace di dare sicurezza a qualche giovane studente che ha la fortuna di incontrarla.

E rivedo la sbruffonaggine del "fu-calciatore in erba" ambizioso e belloccio che nonostante a vederlo sicurissimo di sé è pieno di dubbi anche lui, felice di accorgermi che è umano come noi.

Le morbide curve di chi è da poco diventata mamma e che negli occhi poetici e creativi che l’hanno sempre contraddistinta cerca in giro per il mondo il suo posticino da colorare.

I matti, quelli matti matti, che lo erano a 17 anni e lo sono ancora, che in sella alla moto sono lì che cercano quelle risposte che sono ormai vent'anni che rincorrono con la stessa grinta. E che gli auguro di trovare perché sono avanti anni luce, anche se la maggior parte delle cose per cui si sentono di dover lottare sono mulini a vento. Ma continuate così perchè il mondo ha bisogno di rocker romantici.

Poi ci sono gli arrivati. Quelli che un attimo della loro vita hanno pensato di essere arrivati e si sono seduti, e poi ad un certo punto si sono rialzati perchè la vita ha scombussolato un po' di roba e a parer mio non poteva succedergli cosa migliore, perché sono molto più belli adesso che corrono che un tempo che erano seduti. 

I silenziosi. Quelli che non parlano ma sorridono. Che non giudicano, almeno non a voce alta, ma che in fondo lo sai come sono fatti.. e che di loro tieni nel cuore quel messaggio inviato un sacco di anni fa, dove vi eravate scritti una canzone che parlava di amicizie che si incrociano e si stringono forte come quando si è in motorino in due di ritorno dall'università.

L’amico orso che solo tu sai da dove viene e perché è orso, e che gli vuoi bene e gliene vorrai sempre, anche solo per come è capace di darti quel senso di protezione d’amico che è cosa più unica che rara.

Quelli che ti fanno paura. E che se li incontri per strada cambi strada, città, nazione..

E rivedo la stessa amica che ti è stata accanto per un sacco di anni, che è stata amica di mille avventure, e che quando la rivedi  >>PUFF<< la rivorresti accanto a te come dieci anni prima. Perché qualcosa di lei si incastra alla perfezione con te. <3 o:p="">

E infine il primo Amore. Quello bello bello. Quello che auguri ai tuoi figli. Quello che ancora rivedi come qualcosa di speciale ed unico, ma talmente speciale che trovarsi al liceo è stata una fortuna, e perdersi per sempre non si può pensare, perché quando si cresce insieme c’è di lui qualcosa in te, e di te qualcosa in lui (…e che mariti e mogli non si ingelosiscano.. la nostra vita ora è altrove, ed è felicemente altrove, ma ci sono cose che il passato ti costruisce sotto i piedi e da lì cresci.. e non è che puoi spostarti!)

Ragazzi che dirvi.. io sono sempre la solita piccola rompi coglioni, che scriveva i temi lunghi e parlava ad alta voce, che i sorrisi li nascondeva dietro musi infiniti come i capelli, di allora come oggi.

In cerca di infiniti modi di credermi felici, ed uno di questi l’ho trovato l’altra sera fuori con voi.. perché siete belli, ma belli.. ma belli belli. Siamo diventati grandi propri bene, ha ragione Max.

Bella la 5^E. Adesso più di allora. 




11 novembre 2016

Be a Gentleman.


Ma i ragazzi d’oggi che problema hanno con l’approccio alle ragazze?

Dove è finito il rispetto per il gentil sesso? Cosa cavolo passa nella testa di un uomo dopo il secondo bicchiere di vino? Hanno per caso più spermatozoi che neuroni e si sbagliano strada ingorgando le sinapsi?

Davvero credono che fare apprezzamenti sulle loro arti amatorie e sulle capacità di soddisfare o meno i tuoi supposti desideri possa in qualche modo renderli più appetibili del camaleonte della Findus con in mano un vassoio di Sofficini?

Uno degli ultimi complimenti che ricordo, quando ero ancora una giovane donzella nubile e libera, è stato: “se mi avessero chiesto di disegnare la ragazza dei miei sogni avrei disegnato esattamente il tuo viso”.  Me lo ricordo ancora. Perché, per quanto sicuramente banale, è un complimento carino, di quei complimenti che non passano mai di moda.

Di quelli che ti fanno pensare che:
  1. ti ha guardato in faccia
  2. che ha pensato che fossi bella, 
  3. che ha pensato che fossi bella proprio come aveva in mente lui.
  4. che sa usare il condizionale in una frase di senso compiuto.
Adesso invece i complimenti 2.0 delle nuove generazioni sono “ti sc**o meglio io”.
N.D.R. censuro la frase perché il mio è un blog per bene... ;-)..

Che già dalla frase capisci l’eleganza del personaggio.
Che non solo dal trasalimento di aver sentito davvero una frase del genere ti cade la corona da principessa che fin da piccola ti sei sentita in testa, ma ti cade anche la bacchetta sul mignolo del piede, e ti si frantumano le scarpette di cristallo per caduta palle che non hai.
Che praticamente il castello della Walt Disney prende fuoco per autocombustione.
Che la coppietta di giovani innamorati accanto al nostro tavolo, che da ore parla della filosofia dell’Amore Puro, improvvisamente si pietrifica che in confronto l’Avada Kedavra sembra il gingle di uno spot per casalinghe.

Che a questa frase non solo vorresti chiederti dove cavolo sono i genitori di questo personaggio per riempirli di offese su come NON sono stati assolutamente in grado di educarlo all’approccio con le ragazze, ma vorresti anche trovarli per spiegare a sua madre che razza di imbecille ha messo al mondo. Che a questa frase non solo ti viene voglia di rovesciargli il bicchiere in testa come nei migliori film americani, ma anche di rompergli il naso con una testata, che KillBill ti fa una pippa. Che a questa frase lo guardi dritto negli occhi e ti viene da chiederti se, hai davvero sentito bene, se lui è cosciente di aver detto una cosa di co’ tanta tristezza, e se, in ultima analisi, crede davvero che esista un mondo parallelo di donne mediocri, ninfomani e sole che possa in qualche modo farsi conquistare da una frase di tale spessore. Spessore di deficienza.

Che avete presente il misuratore di forza dei Luna Park, quello che devi colpire e fa tutte le lucine e con la vocina meccanica dice “WOWWWW..MISTER MUSCOLOOOO”? Avete presente la fila di ragazzini pronti a spaccarsi una mano per misurare la propria virilità? Ecco quel coso alza le mani e dice “no ti prego, lascia perdere, non colpirmi neanche, che un così grande coglione vince a mani basse qualsiasi sfida”.

Ok, ok, non dovete per forza impararvi a memoria le poesie di Cyrano de Bergerac o il discorso di Romeo sotto la terrazza di Giulietta. Non dico che dovete per forza guardare una ragazza negli occhi e farla sentire con il solo sguardo la donna più bella del mondo,  ma cristoforocolombo, possibile che davvero crediate che dire una frase di tale infinita bassezza e mediocrità possa anche solo farmi alzare lo sguardo? Se non per guardarvi male, ma male, ma male male male!!
Che secondo me siete tanto tanto fortunati a non trovare qualcuno che, al tavolo con tale donzella, non vi ribalti l’osteria in testa compresa di cameriera svampita e oste fantasma. E siete molto ma molto fortunati a sentirvi solo "gentilmente" apostrofare con qualche frase ironica che vi invita ad abbandonare atteggiamenti e speranze. E il locale, possibilmente in fretta se tenete alla vostra incolumità.

Allora da mamma di un futuro piccolo conquistatore io voglio solo dire una cosa: una ragazza guardala negli occhi e non dirle nulla, se non sei in grado di dirle qualcosa di intelligente.
Altrimenti dille che è bella. Che è bella per te. E che tutto il resto ha decisamente poca importanza.

E se mai ti capiterà di esserle accanto quando avrà la sfortuna di incontrare un deficiente capace di approcciarla con frasi che sembrano prese dalla Moleskine di Rocco Siffredi non abbassarti al suo livello. Non preoccuparti di lui, ma di lei. La cui corona da principessa è stata appena imbrattata da uno spazzolino per il gabinetto brandito come arte amatoria da un cretino che non merita nemmeno di guardarla in faccia. Di lei ti devi preoccupare. Non di lui.
Lui è un coglione. Lei una principessa. TU devi decidere in quale storia vuoi stare.

Piccolo mio, ricordati che NON tutte le donne meriteranno il tuo amore e le tue attenzioni, ma tutte sempre meriteranno il tuo rispetto. Questo potrai dire di averlo imparato dalla tua mamma.

Puoi anche dirlo mentre al cretino di cui sopra gli rompi il naso con una testata. Perché quando ce vò ce vò. Ti prometto che in quel caso le arance te le porto volentieri.