14 aprile 2020

Così ìmpari. Così impàri.


Così ìmpari.


Io sono a casa, sì, ma la mia quarantena NON è Netflix e divano, nemmeno ci va vicino.

La mia quarantena sono 4 uffici europei il cui piano di marketing va fatto progredire come se non ci fosse un domani, ed ora che siamo tutti (o quasi) a casa, il marketing è ancora più importante. Tutti hanno bisogno di piattaforme digitali, inviti email, post di condivisione, coordinamento dinamico e sinergico. Piani e Strategie per arrivare al cliente anche senza il vi(ru)s a vi(ru)s. Anche senza il rappresentante che va dal cliente per offrirgli quel famigerato caffè. Adesso tanto, se non tutto, passa attraverso il nostro piano di marketing. E noi siamo qui, ci rimbocchiamo le maniche, e lavoriamo testa bassa e dita svelte sul PC perché vogliamo essere quel caffè bevuto con il cliente, perché vogliamo far sentire al mercato che ci siamo (anche se #stiamoacasa). Allineamo strategie di 20 nazioni diverse, con 20 diverse criticità al Covid-19, con 20 diverse lingue, tipologie di comunicazione, cultura ma un unico desiderio. Esserci. Per i clienti. Per quel caffè che non possono offrire. Per i nostri colleghi della vendita. Per quel caffè che non può costruire affidabilità e branding.

Così ìmpari.

Io sono a casa, sì, ma la mia quarantena NON è Netflix e divano, nemmeno ci va vicino.

La mia quarantena è mio figlio di 6 anni e mezzo, che frequenta(va) la prima elementare, che deve continuare le sottrazioni, che deve disegnare gli insiemi complementari, che io mi sono andata a rileggere su Google che diamine sono per spiegarglieli.. e non sono nemmeno sicura di averli capiti. La mia quarantena sono le maledette lettere in Corsivo Maiuscolo. Le letture del Gufo Gufi, La Nuvola Olga e il Gatto Gastone. Perdincibacco (sì sì credeteci che la parola che avevo in mente fosse davvero perdincibacco.....). La H in corsivo maiuscolo che deve averla ideata un sadico, le asticelle delle L che vanno suuuuuu e quelle della P che vanno giùùùùùù e le A e le E si riempiono a non finire. Mamma Mamma Mamma mi servono le tue dita che io le mie le ho finite e devo fare 13 + 4. E tu sei tipo online con mezzo mondo e per lui alzi tutte le dita che hai e speri con tutto il cuore non sia arrivato il momento di cambiare la slide della presentazione del Webinar, perchè hai finito le dita. Oppure quando sei in riunione e il tuo piccolo cucciolo di 6 anni e mezzo quintale di morbidezza  proprio nel momento in cui devi parlare tu, in inglese ad una platea di 50 persone, attiva la ruota cingolata del trattore motorizzato per affilare le spade del cavaliere Playmobil (storie vere di vita vissuta ragazzi, stori incredibili ma vere).

Così ìmpari.

Io sono a casa, sì, ma la mia quarantena NON è Netflix e divano, nemmeno ci va vicino.

La mia quarantena è accendere il PC alle 7 del mattino e spegnerlo alle 8 di sera perché nelle mie giornate non esiste la pausa caffè che tanto mi manca con l’amica-collega del cuore. Le mie giornate sono scandite da pausa-mamma-prepara-il-pranzo da pausa-mamma-ho-fatto-la-cacca da pausa-fai-partire-il-video-di-maestra-ombretta, sono scandite da pausa-fai-la-terza-lavatrice-della-giornata da pausa-ordina-online-magliette-in-cotone-bio-per-il-figlio-a-cui-non-sta-più-nulla, pausa-mi-chiudo-un-attimo-nel-armadio-se-no-strippo. Accendo il PC alle 7 del mattino, faccio 10 minuti di Yoga su YouTube come le cinquantenni milfone che brave loro io manco riesco a vederle le punte dei piedi figurati se riesco a toccarle. Mi faccio un litro di tisana per restare idratata poichè dicono il Vino Rosè di prima mattina non aiuti al fegato post-pandemia. Scandisco le giornate pensando che alle 18 forse mi potrò bere una birretta in giardino. Forse. Se il marito non mi guardasse come fosse la Sacra Inquisizione mentre dall’alto del suo fisico scolpito dal CrossFit online reputa che Mens Saana in Corpore Sano sia la nuova preghiera Pasquale e con disappunto si mette a fare il suo Wod di giornata guardando la mia ciccetta con aria di disapprovazione mentre alza manubri da 20 kg con mignolo e mi ricorda che la prossima spesa è fra una settimana .. se le birre le finisco in 2 giorni sono poi fatti miei..... Maledizione.

Così impàri.

Io sono a casa, sì, ma la mia quarantena NON è Netflix e divano, nemmeno ci va vicino.

La mai quarantena la sto passando a maledire il giorno che abbiamo pensato che un figlio (così energico) era più che sufficiente. Cretini cretini cretini che non siamo altri. Un fratello andava fatto a prescindere, proprio perché il bimbo era superattivo, dovevano prendermi la testa tra le mani e sbatterla fortissimo contro il muro e dirmi “lo capisci, piccola mamma folle, che se non gli fai un fratellino tutte le sue inarrestabile energie si riverseranno inesorabilmente su di te, sarai tu a dover giocare ai transformer, tu a dove costruire case nel bosco, tu a fare la terza guerra mondiale Nerf, tu a ricostruire in formato 1:1 la battaglia finale del Signore degli Anelli, tu . TU. TUUUUU!!”. Se solo lo avessi saputo, cretina che non sono altro, altri 4 gliene facevo di fratelli. Invece, presa ed attanagliata dai sensi di colpa che lui è qui solo eccomi ogni pomeriggio a soccombere al suo “Mamma, vieni, giochiamo a Police Interceptor sulle Bici… mica posso giocarci da soloooooo!!”.

Così impàri. Così ìmpari.

Dipende sempre come le leggi le cose.
Erano anni che chiedevo di poter fare un giorno a settimana lo Smart Working.
Lavoro da casa, accendo in sacrosanto silenzio il PC mentre mio figlio seienne è a scuola, mi faccio una tisana e lavoro dalla veranda con il tiepido vento di primavera. Questo era quello che mi dicevo. Mi sembrava un sogno.

Non chiedevo di diventare Maestra, Responsabile Mkgt, maggiordomo e Mamma tutto svolto H24/ 7 giorno su 7 senza tregua e senza sosta. E con una continua e costante sovrapposizione dei ruoli verso i quali comincio ad avere un profondissimo senso di soffocamento.

Così Impàri. Così ìmpari.

Beati voi che veleggiate tra divano e Netflix. Io amo il mio lavoro. Amo il mio bambino. Amo la mia casa (da ripetere Ad Libitum tipo mantra).

Ma ragazzi, oggettivamente, saremo anche donne e quindi piene di risorse e capacità di multitasking, ma terminare un report complicatissimo mentre mio figlio sillaba Gufo Gufi regala un Fungo alla Gallina Nina, mentre mi si stanno per bruciare le zucchine sul fuoco e il corriere Amazon suona alla porta… questo forse è una pretesa un po’ fuori dalla (mia) portata. Ridate ad ognuno il proprio compito. Non sovraccaricate una parte di società e abbandonate alla noia la restante.

Ridistribuite i compiti. Così è troppo ìmpari.

La sento sussurrare la madre terra al mondo che correva veloce irrispettoso di tutto e tutti: “Così impàri”.

Vorrei rispondergli, con il filo di voce che mi è rimasta dopo l'ultima battaglia Vichinga giocata con Paride, che però Così è ìmpari.. 

Abbi pietà di noi...siamo sfinite.

21 novembre 2019

Stica**i.


Non sono una persona ansiosa.
Affatto.
Amo parlare con le persone al telefono, incontrare gente che non conosco.
Parlo con tutti, piacevolmente. Sono una che non si responsabilizza. Che è tranquilla e serena.
Che dormo sonni tranquilli se qualcosa mi preoccupa. Riesco a farmi scivolare le situazioni critiche. Non somatizzo qualsiasi preoccupazione con rischio di infarto. 

Tuttoapposto gente sto bene.

Sticazzi.

Voi ditemi cosa diavolo mi ha detto il cervello quando ho deciso di propormi a rappresentante di classe?
Cosa vuoi mai che sia, mi dicevo, qualche domanda dei genitori, qualche lamentela da gestire, qualche raccolta soldi, festa fine anno, due chiacchiere di qui, quattro chiacchiere di là. Due riunioni.
Ma sì dai cosa vuoi che sia. Sarà divertente.

Sticazzi.

La scuola materna di mio figlio era la famiglia Cuore.
Bambini meravigliosi. Genitori meravigliosi. Maestre meravigliose.
Feste di compleanno tutti insieme tra birra ed armonia, come un’unica grande famiglia che sembravamo il video di We are the World di Michael Jackson.

Poi la materna finisce e la vita vera inizia. La vita vera nel Bronx. Tipo.

Mi spiego meglio.
Iniziano le elementari. Nella classe di mio figlio è guerriglia urbana.
Forbici che volano dalla finestra, ring di wrestling tutti contro tutti.
FightClub spostati proprio. Qui serve Chuck Norris come insegnante e Ivan Drago come bidello.
Probabilmente serve anche la Maga Circe come Rappresentante di Classe e invece ci sono io.
Con i miei 158 centimetri di..Sticazzi.

Vorrei portare ad evidenza la mia rinomata e inconfutabile esperienza di criticità durante la scuola elementare.

Sì. Fatemici pensare.

Ho fatto una scuola privata. Femminile. Cattolica.
In classe eravamo in 7. In 7!! In una villa stupenda vicino ai Giardini Margherita.
Avevamo la divisa griffata e la mensa la preparava Tamburini. 
La retta mensile era tipo il PIL dell'Uruguay.
Aggiungeteci uccellini che cantano sugli alberi al suono di “impara a fischiettar” della Disney e il quadro è fatto. Vi dico solo che da bimbetta parlavo con una lapide intitolata a Clelia Barbieri nel cortile della scuola, mi pareva la più sovversiva, quella lapide.

Ne so a pacchi di problemi alle scuole elementari.. fatemici pensare, probabilmente in classe mia la bulletta ero io. Venni ripresa pesantemente e messa in punizione per aver detto chissenefrega ad una compagna di classe. E con questo ho detto tutto sulle mie esperienze conclamate nelle carceri minorili.

Così bella gente, sto passando le mie giornate a scrivere lettere.
Mandare messaggi. Placare animi. Condividere frustrazione. Redigere comunicati. Scrivere e correggere comunicati di pace che Putin e la guerra fredda sono acqua fresca in confronto.
Parlare con maestre, mamme, papà, genitori, figli ed anche bidelli. All’occorrenza.

Con mio figlio che mi si sveglia alle 6 del mattino della domenica urlando nudo per casa “su di noi.. nemmeno una nuvolaaaaaa.. su di noi la notte è una favolaaaaaa” che giuro non pensavo di aver messo al mondo Pupo in versione millennials.

Con il mio gatto che è all’ospedale da una settimana e chi non ha animali in casa si astenga da provare a capire quanto possa essere penosa l’attesa di sapere se il nostro micio sarà in grado di fare pipì da solo nuovamente o lo dovrò inseguire per sempre nel cortile con lo spremi-vescica.

Con il lavoro che la più grande soddisfazione che mi ha dato ultimamente è la tripla vittoria a biliardino in pausa pranzo. E con questo ho detto tutto.

Con Fede che alle 9 fa la puntura di Muscoril e alle 9.10 va a Crossfit. Che la lapide della Clelia Barbieri gliela darei in testa.

E così, bella gente, io chiedo a Babbo Natale un po’ di serenità.
Per tutti. E valium, che se vado avanti così manco ci arrivo a Natale.

Che da St.Claus a Sticazzi è un attimo.




23 settembre 2019

Racconto semiserio di un inzio di scuola elementare


E’ la prima elementare, lo so bene. Non parte per la guerra. Non parte per una missione spaziale. Non va in riformatorio.

Va in prima elementare. Tipo tutte le cose di cui sopra insieme... ecco.

Ci siamo passati tutti, abbiamo comprato lo zainetto, l’astuccio, i libri ricoperti con la plastica trasparente che odora di favelas.
Ma ci siamo passati tutti dall’altra parte, da bimbi, dove lo zaino lo sceglievi con un sorriso smagliante mentre mamma comprava tremila altre cose da una lista lunghissima e incomprensibile di cose tipo “matitaHBCSHHD, tringolare per destrorsi, punta morbida, antracite, blu, giottopippopluto”.
Oddio. E cosa cavolo vuol dire, mi affido al cartolaio di paese che per l’occasione ha assunto 5 commesse nuove addestrate alla perfezione su come-leggere-le-liste-della scuola. Loro. Brave.

Chissà se hanno fatto un corso di specializzazione dalla Regione professionalizzante, perché io, alla voce “quaderno con copertina rossa con quadretti di un cm e righe laterali verdi a dx e rosse a sx” già mi ero persa.
E insistevo con la suddetta deliziosa commessa con la pazienza di Madre Teresa di Calcutta che la copertina doveva essere rossa, quando amorevolmente voleva far scegliere il quaderno a Paride, e alla mia grintosissima reazione avversa che NO DEVE ESSERE ROSSA mi guarda, con la stessa compassione della suddetta Santa verso i lebbrosi e mi scandisce lentamente le parole “signora, la c-o-p-e-r-t-i-n-a r-o-s-s-a la m-e-t-t-i-a-m-o n-o-i”.

Un minuto di silenzio per il mio amor proprio. Da lì in avanti ho guardato ed ascoltato la giovane commessa santa e santificabile con occhi umili e commossi del suo enorme sapere.

Compra lo zaino che protegge la spina dorsale del bambino brevettato sugli sherpa dell’Himalaya. Che costa 114€. Ma signooooooora, le regalo anche lo smile intercambiabile sullo strap.
Preso. Più che lo smile intercambiabile se mi trova un rene. Di passaggio. Credo sia più utile.
Compra l’astuccio a tre scomparti, matite colorare, biro che tanto non usa, pennarelli con il nome sopra. Ma signooooooora lo vuole di quelli economici o può scegliere quello che vuole. Con annessa voce giudicante sul mio ceto sociale.
Preso. Costato 35€. Le matite sono Giotto mi ha detto. Per quella cifra mi aspetto che dentro l’astuccio ci sia pure un pezzo del Giudizio Universale.
Compra la carpetta con l’elastico. Il portalistino. L’astuccino con zip. La colla stick. Le forbici sfruc. Il temperino sbram. Ed anche un po’ di fogli sticaz.
Che servono. Forse a metterci la mia crisi esistenziale al passaggio della mia carta di credito a fine spesa.
Poi insomma, i fogli sticaz oggigiorno servono sempre.
Vuoi mettere in prima elementare.

Poi arriva la prima riunione con le maestre.
L’inadeguatezza di non sentirsi assolutamente pronte verso una scuola dove le maestre ti danno del lei (Lei? Lei chi?). Dove le cose che ha fatto il tuo piccolo cucciolo te le segnano sul quadernino.
Sul quadernino????? Oh mamma mia. 

E io come faccio che quando chiedo a Paride com’è andata a scuola mi dice “mmm”.

Che non è nemmeno quel veloce e svogliato “bene” che mentono gli adolescenti alle mamme, è più un mugugnio della serie “dai-mamma-ma-cosa-chiedi-che-abbiamo-disegnato-striscioline-di-a-in-corsivo-per-un’ora-e-io-ora-voglio-uccidermi-con-pane-e-salame”.
Sì sì certo vero, so interpretare alla perfezione i mugugni di mio figlio. Ma fino all’anno scorso com’era andata a scuola me lo diceva una maestra stupenda con gli occhi blu e il sorriso confortante.
Adesso la nuova maestra di Paride sembra Goku in versione super-sayan e me lo lancia tipo sfera del drago dalla scala di ingresso e uscita. Mi viene pure il panico di non prenderlo al volo. Per cui spintono con le altre mamme per essere il prima linea.
Chi e come vengo rassicurata che non ha fatto il tris di pasta al pesto? Chi mi rassicura che quel livido che ha sulla testa non è il tentativo di fuga a testate dal cortile ma solo una tenere scazzottata tra amici. Chi? Chiiiiii?? Il bambino con la facciotta che sembra uscito da Gomorra forse??
Il suo “mmmmm” forse? Panico. Sempre a livello TOP.

E chi mi ha preparata alle altre mamme davanti a scuola?
Quelle che aspettano insieme a te e che tu guardi con un misto di terrore e circospezione.
Quelle che hanno il tacco 15 e il pantaloncino da vedo-non-vedo-la-cellulite e i capelli stiratissimi e lucidi che manco il giorno del matrimonio io li ho mai avuti così.
Quelle che chiacchierano in gruppetti come vecchi amici al bar e da cui tu, inesorabilmente asociale e timida, sei fuori.
Quelle che “porto a casa io oggi Carletto” che a me non me lo ha mai detto nessuno, perché per portare a casa Paride ci vuole il corso avanzato per Marins e almeno una medaglia al valore.
Quelle che vanno a correre insieme, vanno a camminare insieme, vanno in piscina insieme.  Che beate loro che stanno sempre insieme che io dopo un po' mi sto pure sulle palle da sola.
Quelle che non ci sono mai, che mandano la nonna, il nonno, la babysitter o la zia minorenne.
Quelle che hanno 3 figli sotto i 5 anni ma l’aria più riposata di te.
Quelle che sono come me, che fingono di guardare il cellulare per non parlare con nessuno-nessuno-nessuno perché hanno le stesse capacità di socializzazione di un’orca assassina al delfinario di rimini.
Povere noi. Povere loro. Poveri tutti.
- Andiamo andiamo andiamo Paride è tardi.
- Per dove mamma?
- Bho. Non. So. Tu cammina. 
Altroché trincea. Noi abbiamo in testa il coprifuoco.
Capacità di socializzazione zero, ma siamo salvi. A casa.

Ed infine i compiti a casa e i voti.
Completa la scheda e colora con matite colorate.
Chi? In che senso? Completa dove? Segui la linea? Che linea? Completa colorando? Chi?? Unisci le righe? In che verso? Che linee??
Oddio santissimo.. i logaritmi.. dove sono i logaritmi. Le funzioni di terzo grado. I fogli excel. Le mie tabelle pivot e i report di marketing per 7 paesi a dodici filtri in 15 lingue. Doveeee?
Quali maledette linee devo unire? Ah. Poi amore vanno colorate.
Ma dove?
Ecchenessò. Tu colora quello che resta. No dai non tutto di azzurro. Ah ecco di blu. Che non usi colori troppo accesi eh. Maledetto Giotto dove sei ora che servi.
Completa la strisciolina. No. No. Non così.
Ma mamma è difficilissimo.
Amore-di-mamma difficilissimo completare una strisciolina a zigzag ??? ( genitori ricordatevi di non mettere pressione ai vostri bambini, ognuno ha i propri tempi, ogni bimbo è un fiore che sboccia con i propri ritmi..)
Meeeeeh amore devi fare delle striscioline a zig-zag. Ce la puoi fare. (repira anna respira). Sarà un fiore di cactus di quelli che sbocciano ogni 15 anni lui.
Non mi va.
Manco a me va di mondare i fagiolini e vorrei cenare da Cracco tutte le sere ma mo’ ce tocca.
Tu finisci la cavolo di strisciolina e io finisco i cavolo di fagiolini che poi affoghiamo le nostre frustrazioni in un succo di pompelmo, un biscotto e una coccola sul divano.

Che qui, ragazzi, non possiamo mica prendere un Benino.
Che da grande, se tutto va bene, apriamo una cartoleria.

Baci baci.
..Sul quadernino però!!

15 maggio 2019

La mamma stira lo dici a Tu' sorella!!


Qualche tempo fa mi sono imbattuta, come forse la maggior parte del popolo del web, in quello strano caso di sussidiario che diceva La mamma Stira – o cucina – o tramonta. Il papà legge –o lavora –o gracida.

Mi sono immediatamente immedesimata in quel piccolo uragano di figlio che ho messo al mondo, e pensare come lui avrebbe risposto a questa analisi grammaticale sconsiderata.
La mamma non stira. No di certo. Non ho il ferro da stiro. Ho venduto su e-bay l’asse qualche anno fa perché ingombrava anche nello sgabuzzino, e giaceva inutilizzata, intonsa con ancora la plastica, da anni lì dove era stata riposta il giorno stesso che avevo deciso di acquistarla.
Una volta in tutta la mia vita credo di aver pensato di stirare una camicia, mi ricordo come fosse ieri di essermi ritrovata dopo pochi minuti, praticamente in lacrime, a rigirare per la terza volta una manica tutta sgualcita, con un tremendo mal di testa e mal di schiena, certa che quella macchina infernale spara-vapore non avrebbe mai più rovinato le mie giornate. Dì no allo stiraggio. Dì sì al lavasecco o alla santanonnapensacitu.

La mamma non stira. Cucina, sì, a dire il vero ama cucinare ma non è certo il suo lavoro. Ama cucinare come ama mangiare, quindi perché non scrivere La mamma cena al ristorante. Mi suonerebbe molto più emancipato e felice. Perché la mamma cucina, sì, ma forse tramonta pure.
La mamma tramonta la sera, quando lenta spegne i suoi pensieri sul divano guardando cosa dice il bizzarro mondo là fuori, su internet e su facebook. La mamma tramonta quando accende una doccia calda mentre il sole scende all’orizzonte, per godersi pochi minuti di pace con il solo scrosciare dell’acqua e il profumo del maledetto bagnoschiuma al Vetiver della Occitane che costa come un diamante rosa. La mamma tramonta ogni sera, infilandosi sotto morbide coperte, abbracciando il mio cucciolo d’uomo che finalmente dorme, che odora ancora di fango e polvere dopo una giornata a scavare in giardino nell’intento di costruire un resort per formiche (per informazioni rivolgersi a Paride – ore pasti).

Paride quando per la festa della mamma ha dovuto disegnare cosa fa la mamma mi ha disegnato al computer, con un bellissimo muro azzurro dietro, una tazza con un cuore e un bel sorriso allegro.
Mi ha anche disegnato un po' nana con le gambe che non toccano terra. Insomma, un vero amante del dettaglio.

Titolo del disegno: Alla mamma piace lavorare al computer.
Matita colorata su foglio riciclato.
Autore: Paride Bosi. 5 anni.

Fateli scrivere a lui i sussidari la prossima volta.

La mamma non stira, maledetti voi. La mamma ha fatto l’università e ogni giorno prende la tangenziale per farsi 40 km per andare in ufficio. Perché ama lavorare al Computer.
Perché ha studiato per fare un lavoro che ama, e che fa con il massimo delle sue capacità sempre. Anche quando non si sente apprezzata quanto vorrebbe. Anche quando pensa che più che per dei prodotti da laboratorio vorrebbe lavorare per la redazione di Topolino. La mamma lavora anche se alla sera è stanca morta.
La mamma ama lavorare al computer perché crede che essere mamma sia una benedizione ma non sia un mestiere, non sia una professione. La mamma ama lavorare al computer perché vuole insegnare al proprio bimbo che bisogna lottare sempre per la propria soddisfazione, bisogna fare sacrifici per riuscire in ciò che si ama, bisogna lamentarsi meno e rimboccarsi di più le maniche nella vita, che di reddito di cittadinanza in casa mia non ne voglio vedere ne ora ne mai, perché la voglia di lavorare, la voglia di mettersi in gioco, la voglia di studiare per guadagnarsi i soldini per una bella vacanza sulle alpi che tanto amiamo o in giro per il mondo è un diritto di chiunque abbia forza di volontà, passione ed etica. Maledetti voi. Scrivete questo del sussidiario.

La mamma non stira.
Tramonta alle volte.
Ma soprattutto lotta ogni giorno contro la mediocrità dei luoghi comuni che ancora oggi, nel 2019, vogliono una mamma stirare e cucinare manco fosse un maggiordomo.

La mamma non stira.
Tramonta alle volte.
Gioca a biliardino in pausa pranzo con la stessa competitività di una finale di champion, beve birra fresca possibilmente non filtrata e possibilmente almeno 2, uno dei suoi programmi preferiti è TopGear!

La mamma non stira.
Tramonta alle volte.
Si arma di bastoni e gioca ai vichinghi in cortile, sorride ai pantaloni sdruciti e infangati di suo figlio pensando che si è goduto la giornata e pianifica percorsi ad ostacoli in casa saltando da un mobile all'altro a mo' di giochi-senza-frontiere.

La mamma non stira.
Tramonta alle volte.

Ma soprattutto lavora, si illumina, sorge, corre e sì, in occasioni come questa, si rompe le balle e gracida anche. Vedi mo' quante robe può fare mamma.

Eccallà.
La mamma stira vai a dirlo a tu'sorella.

27 dicembre 2018

Mary (Poppins) per sempre...


Vi dico solo una cosa: se siete cresciuto con il Mito della tata più incredibile di sempre, praticamente perfetta sotto ogni aspetto, se sapete a memoria ogni canzone, ogni scena, ogni minimo dettaglio e particolare del film originale.. se vi parte il “suffragette a noi” appena incrociate le amiche per strada… bhe, allora NON andate a vedere il nuovo film.

Non andateci, perché alla fine del film desidererete con tutto il cuore che, altrochè BigBen, indietro nel tempo possiate andarci voi....A prima di entrare in quel Cinema!!

Il nuovo film è una Caporetto, l’unica cosa che salvo sarebbe lei. La Emily Blunt, che in realtà è brava e adatta, ma che povera lei, l’hanno immersa in un film che fa acqua da tutte le parti e che, se doveva far sognare chi - con Mary Poppins - ci è cresciuto felice, al contrario invece si trova catapultato in una catastrofe di Film che ti chiedi perché non sei rimasto a casa a vedere I 72 animali più pericolosi del Sud America per dodicesima volta.

Vado con ordine (di comparizione).

L’attore che fa l’acciarino (che dovrebbe essere il nuovo “spazzacamino”) è terribile. Non ti diventa simpatico manco dopo 7 bicchieri di Veuve Clicquot della cena di Natale, del resto è complesso mettersi al paragone di quel mostro sacro di Dick Van Dyke, ma chi ha scelto il cast doveva averne bevute sette di bottiglie, di Velve Clicquot, per scegliere una sottospecie di brutta copia con la voce dei cugini di Campagna. Terribile. Terribile ancora di più quando (attenzione Spoiler) alla fine del film, tipo la Madonna a Lourdes, il vero Dick Van Dyke compare per un Cameo in una scena finale.. e tu piangi disperatamente pensando che il nuovo Spazzacamino lo hanno fatto fare ad uno che non sarebbe bravo nemmeno a fare il fattorino del Camioncino della Crescenza di NonnoNanni.

L’attore che fa il papà, uno dei protagonisti, per capirci.. il Michael cresciuto… lo hanno fatto fare al Nongiovane (Francesco Mandelli, per chi è poco affine ad MTv). Non è bravo. Non è credibile, pare abbiano attaccato i baffi di Mr. Potato ad un ragazzetto di 22 anni. Non ti viene da essere empatico con lui nemmeno se gli è morta la moglie, se fa un lavoro che odia e se sta per perdere la casa. Nulla. Incredibile. Qui, la scelta del cast, altroché 7 bottiglie di Velve Clicquot, qui erano come minimo 7 casse di Velve Clicquot… prese in testa.

Le canzoni sono tutte incredibilmente monotone e tristi. Rimpiangi in ogni singola nota lo Zecchino D’oro e Mago Zurlì, e ti chiedi perché, perché.. perchèèèèèèè… ??
non chiedevamo un “supercalifragilistichespiralidoso” che è un capolavoro musicale, ma qui le canzoni sono una più triste dell’altra che Sanremo pare una fortuna per le orecchie. Chi le ha scritte queste? Ermal meta in crisi depressiva post abbandono di quel bonazzo di Fabrizio Moro?

La storia è una roba da suicidio di massa. Tre bambini che hanno appena perso la madre e stanno anche per perdere la casa. Con un padre anaffettivo che ha le stesse doti recitative della Bellucci. Bambini poveri e depressi che girano in una Londra nebbiosa e gelida in braghe corte che sembrano essere stati appena assoldati nelle fila dell’opera nazionale Balilla. Una roba da far accapponare la pelle. Va bene il dramma. Va bene la storia della casa di famiglia da salvare, ma qui più che Mary Poppins ci voleva dell’antidepressivo nelle condutture dell’aria per evitare un suicidio di massa nel piccolo cinema di provincia. Che mi sento totalmente d’accordo con quel bambino che a metà film ha urlato “voglio andare viaaaaaa”. Ha ragione lui. Lui o mio figlio che dopo aver spazzolato mezzo chilo di pop-corn in 12 minuti netti, si è addormentato sul suo doppio mento. Hanno ragione loro.

Ed eccola poi lei, alla fine, la Jessica Fletcher, che compare al termine del film. Quelli che in sala sanno chi sia hanno dato una veloce e immediata grattatina alle palle (di natale.. rigorosamente). Tutti a fine film ci siamo chiesti chi sarà il morto.
E visto il film, a mio avviso, qualcuno lo merita di sicuro.
Quello che ha pensato di fare un “il ritorno” al film più bello di sempre, senza rendersi conto dell’importanza che questo poteva significare, scegliendo attori a casaccio. Facendogli cantare canzoni brutte. E infilandoci una storia terrificante che se andavo a vedere Nightmare Before Christmas era più allegro.

Ed ecco che “murder, she wrote” mi diventa “Mary Poppins, they killed”

Altroché un poco di zucchero, qui, per ingoiare la pillola mi serve l’intera riserva nazionale di Zucchero Del Sud America.
E se di riserve, hanno altro, forse è pure meglio….perchè qui il trauma è serio!!

.. voi, amici e compagni di “com’è bello passeggiar con Mary”… Voi che siete ancora in tempo e avete ancora nelle orecchie la felicità di Cam-Caminin e la bellezza di Julie Andrews siatene felici, e al cinema andate a vedere BumbleBee.

Sentiteamè.

30 maggio 2018

MIAO-SOCHISMO


Tu sei lì che cerchi di dormire. Buio. Notte.
Qualche rumore di foglie nella campagna illuminata solo dalla luna. Il vento che fa frusciare gli alberi di ciliegio carichi di frutta rossa e matura. Una cicala in lontananza. Una macchina che accelera sulla bazzanese laggiù in fondo alla via, attutita dal silenzio della campagna. Una luce di un lampione che trapela dalla finestra socchiusa. Tu con gli occhi che si stanno socchiudendo mentre Adam (in TV) si sta mangiando quello che sembra il panino più buono e più grasso di sempre nella sua lotta di Man Versus Food sul canale 33. Il piccolo cucciolo d’uomo che ronfa accanto a te, con le manine cicciottelle, appiccicose e irrimediabilmente sporchine (anche se gliele ho sgurate mezz’ora – sì giuro – prima che chiamiate i servizi sociali). Eccolo il sonno che arriva. I sogni belli. La quiete dopo una giornata di lavoro e di faccende domestiche e famigliari. Quel momento di serenità infinita in cui affondi le mani sotto la morbidezza del cuscino, accarezzi le lenzuola fresche con i piedi nudi e pensi che finalmente un buon sonno ristoratore attende il tuo corpo.

Ecco. Ci siete fino a qui? Avete presente quel momento? Quell’attimo? Quell’unico momento della giornata che vi riposate? Che finalmente vi abbandonate alla quiete che precede il meritato sonno?
Ecco. Io ho deciso di prendere un gatto. Un cucciolo di gatto di un mese e mezzo. Nero come il carbone. Con gli occhi verdi come gli smeraldi grezzi. Completamente fuori di testa.
Quindi rivediamo un attimo la suddetta situazione.

Tu sei lì che cerchi di dormire. Buio. Notte.
Qualche rumore .. sempre più incalzante, lui il piccolo nuovo di casa sale le scale di quattro in quattro come fosse una lepre in preda alla sindrome del bianconiglio. Poi si sfionda sul letto. O almeno ci prova perché è lungo (o dovrei dire corto) circa 20 cm per cui deve saltare dieci volte prima di raggiungere il materasso alla vertiginosa altezza di circa 50 cm, e ad ogni tentativo lo senti provare ad aggrapparsi con quelle unghiette affilatissime che Miracle Blade può solo accompagnare e già pensi a quanti vestiti dovrai rinunciare per ricomprare il letto completamente distrutto dal gattino che hai voluto TU.  Poi arriva sul letto, e nell’ordine salta Paride con un balzo, ma una zampina gli resta impigliata nelle coperte e strabuzza sulla testa del piccolo cucciolo d’uomo dormiente miagolando come un forsennato in una piroetta aerea che Yuri Chechi spostati. Ed ecco che i rumori diventano sia lui che smiagola che il cucciolo d’uomo che gnola per essere stato svegliato. Poi finalmente prende bene le misure, e salta a piedi pari su di te. Con entrambe le zampe anteriori tipo batterista di un concerto punk-rock sotto acido. Cercando di capire se le unghiette le può usare o meno in questi suoi tentativi di caccia-grossa-nella-savana-visto-che-credo-di-essere-una-pantera-nera. Si allena a fare Baghera la piccola belva, con le mie mani, le mie gambe, i miei piedi, e l’avambraccio come prede.. avete presente quella parte di braccio liscia, morbida, soffice.. quella dove manco i peli ci crescono tanto è delicata. Ecco. 5 unghiette come spilli conficcate nella carne. Con il pelo più morbido di sempre, e con la cattiveria più terribile di sempre. E se lo allontani miagola così. Maomaomaomaomaomaomaomaomaomao(all’infinito). Che sembra Fedez in preda ad una canzone d’amore per la Ferragni. Stessa piacevole melodia. Stesso ritmo incalzante. Stessa simpatica cantilena. Stesso sentimento scaturito nell’ascoltatore “diotipregosmetti”.
Maomaomaomaomaomaomaomaomaomao (all’infinito) in crescendo. Ok. Ok. Entra.
Ed eccolo ripartire l’allenamento modi cross-fit della piccola pantera nera che tenta di compiere l’agguato del secolo, con tanto di culetto all’insù e testa maldestramente mimetizzata tra le lenzuola BIANCHE. Sei nero tu. Ti vedo. Un balzo ed ecco nuovamente 5 unghiette conficcate nella caviglia che lui pensa siano una gazzella in sud africa. Maledizione. Io non dormo, non dormirò mai più.

A paride stamattina ho detto “è fuori di testa Mazinga”… e lui con quella saggezza serafica che può avere solo un bambino cresciuto a pane ed ironia mi ha risposto “mamma, lo abbiamo chiamato Mazinga, lui prova a lanciare i raggi fotonici..”

Niente. Hanno ragione loro.
Io mi chiedo che diamine mi è passato nell’anticamera del cervello quando ho deciso di prendere un piccolo cucciolo di pantera. A cui abbiamo per lo più dato il nome del più forte robot di tutti i tempi.
Quando in casa già avevo un piccolo cucciolo d’uomo, con il nome del più temibile personaggio epico. E già ne avevo avuto la prova, che il nome CONTA.

Biscottino lo dovevo chiamare. O Fufi. Maledizione.
Ma niente, gente, ben mi sta. Quando si suol dire “non imparare dai propri errori”. Un figlio di nome Paride e un gatto di nome Mazinga. Cosa pensavo davvero? di ascoltare i grilli la sera nella quiete che precede il sonno?

Poi però li ritrovi così... e il tuo cuore si trasforma in un attimo in un patè-di-pollo-e-tacchino-in-gelatina.


10 maggio 2018

Psycho.


Parliamo per una volta di cose serie. Per quanto mi è possibile, tra una sopracciglia tirata su e l’altra ad odiare mezzo mondo. E l’altro solo un po’ meno. Figlio escluso. Che quello core-de-mamma è luce. Con la L grande. Luce. Nel senso che sta sempre acceso a rompe-er cazzo. No. Dai. Scheeeerzo. ZSCUUUUSAAAAA (Cit.)

Torniamo alle cose serie.

Nella mia vita ho sempre pensato e creduto che dalla psicologa ci vanno i matti. O quelli che non hanno amici che li ascoltano, perché alla fine di parlare si tratta. Di te. E gli amici a cosa servono se non a quello no? E allora se tu non hai amici, hai bisogno di pagare uno per ascoltarti. Che pena. Che tristezza. Che solitudine infinita. Ovviamente si parla di psicologi girl-friendly. Di quelli che devono supportare nelle turbe pre-post-adolescenza ragazze "normali" in costante crisi ormonali di varia tipologia.... Robe tranquille. Non di quelle robe serie e terribili per cui devi prendere calmanti altrimenti ti ritrovano in una vasca da bagno vestito a guardare la D’Urso. Che vabbè, quelle sono patologie e non mancanza di amici. E allora meglio pagare e guarire in fretta.

Dallo psicologo ci vai se non hai amici o sei matto matto, pensavo. Tipo matto che devi chiudere e riaprire la porta di casa 7 volte o multipli di 7. Che devi fare il segno della croce 2 volte e mezza se ti attraversa la strada un gatto nero a marzo, negli anni bisesti.  Tipo che se metti il piedi destro a terra prima del sinistro chiami e ti metti in malattia perché l’oroscopo di Fox ha detto che è segno di una svolta terribile del toro in cuspide con plutone ed uranio. Che quello poi si è anche impoverito. Vedi la sfiga?!

Dallo psicologo ci vanno i matti. Quelli che vedono la gente morta. Si sentono seguiti. Parlano con gli alberi. Non mangiano carne. Tipo quelli lì.. tipo i vegani ecco giusto per capire una tipologia. Ma la gente normale dalla psicologa non ci va. Poveretti. Che vergogna. E’ riprovevole, ci vanno i matti. Della serie ne avete mai visti di Selfie con il becco d’oca fuori dalla psicologa con scritto “new look-inside” #sonomatta #segretoprofessionale #hofattoloshatushalmiopassato. ??? Nah.. non credo. Instagram è psicologi-free.

Poi, in realtà, per cose che non vi starò qui a raccontare ma che hanno a che fare con la formazione personale suggerita dall’azienda e che, pur di non fare risatine isteriche a comando, ci vado tutti i giorni dallo psicologo.. ecco robe così, ho pensato che fare qualcosa per la mia introspezione personale non fosse poi del tutto male. Visto che appunto odio tutti. Spesso. E talvolta anche me stessa. E così mi sono detta perché non provare. Un’amica che ho particolarmente a cuore un giorno mi ha detto che “andare dalla psicologa è il miglior regalo che puoi fare a te stessa”. Mi ha convinto. In un secondo. E ho detto.. dai una volta voglio provare.

E così ti ritrovi seduta a parlare di quanto avevi 12 anni e l’amica della sorella ti ha distrutto i sogni di bambina con una frase buttata lì. Ti ritrovi a capire che hai l’ansia, i sensi di colpa, l’emotività bloccata, la mania del controllo, le doppie punte ed anche.. a tratti.. le crisi depressive che sfoghi nella birra. Che bho. Può esse' pure. Ma adesso che ci penso in effetti quei soldi lì li potevo spendere in birre belghe doppio malto. Che con quelle parlo che è una meraviglia, ti racconto pure i sogni che facevo da bimbetta, quando sognavo di volare dentro un tendone pieno di gente. Che poi, con il senno di poi e con la consapevolezza dei miei 37 anni vi dirò che secondo me era un tendone dell’October fest. Bambina felice.

Insomma, dai, sto scherzando.. in realtà qualche giorno fa un’amica mi ha condiviso un post che parla del fatto che in un mondo malato sono le persone normali ad andare dallo psicologo, vi confesso che il post non l’ho letto, ma il titolo mi aveva già convinta. Anche perché in queste occasioni hai bisogno di dire a te stessa che sei normale, per non impazzire, che poi è una contraddizioni in termini.. tanto dallo psicologo già ci vai. Quindi forse meglio pensare che ci vai a ragion veduta. Insomma, che non sono soldi buttati via che potresti spendere in birra e viaggi. 

E sapete cosa vi dico, credo che la mia amica avesse ragione, arriva un momento della propria vita che mettere uno dietro l’altro tutti i tassellini che ti hanno resa ciò che sei è utile. E prezioso.

E arrivi finalmente a capire qual è la diagnosi. Chi sei. Perchè sei così. E che va bene. Va bene come sei.... e da lì tiri un sospirone di sollievo e capisci che tanto male non va.

Et voilà.