23 settembre 2019

Racconto semiserio di un inzio di scuola elementare


E’ la prima elementare, lo so bene. Non parte per la guerra. Non parte per una missione spaziale. Non va in riformatorio.

Va in prima elementare. Tipo tutte le cose di cui sopra insieme... ecco.

Ci siamo passati tutti, abbiamo comprato lo zainetto, l’astuccio, i libri ricoperti con la plastica trasparente che odora di favelas.
Ma ci siamo passati tutti dall’altra parte, da bimbi, dove lo zaino lo sceglievi con un sorriso smagliante mentre mamma comprava tremila altre cose da una lista lunghissima e incomprensibile di cose tipo “matitaHBCSHHD, tringolare per destrorsi, punta morbida, antracite, blu, giottopippopluto”.
Oddio. E cosa cavolo vuol dire, mi affido al cartolaio di paese che per l’occasione ha assunto 5 commesse nuove addestrate alla perfezione su come-leggere-le-liste-della scuola. Loro. Brave.

Chissà se hanno fatto un corso di specializzazione dalla Regione professionalizzante, perché io, alla voce “quaderno con copertina rossa con quadretti di un cm e righe laterali verdi a dx e rosse a sx” già mi ero persa.
E insistevo con la suddetta deliziosa commessa con la pazienza di Madre Teresa di Calcutta che la copertina doveva essere rossa, quando amorevolmente voleva far scegliere il quaderno a Paride, e alla mia grintosissima reazione avversa che NO DEVE ESSERE ROSSA mi guarda, con la stessa compassione della suddetta Santa verso i lebbrosi e mi scandisce lentamente le parole “signora, la c-o-p-e-r-t-i-n-a r-o-s-s-a la m-e-t-t-i-a-m-o n-o-i”.

Un minuto di silenzio per il mio amor proprio. Da lì in avanti ho guardato ed ascoltato la giovane commessa santa e santificabile con occhi umili e commossi del suo enorme sapere.

Compra lo zaino che protegge la spina dorsale del bambino brevettato sugli sherpa dell’Himalaya. Che costa 114€. Ma signooooooora, le regalo anche lo smile intercambiabile sullo strap.
Preso. Più che lo smile intercambiabile se mi trova un rene. Di passaggio. Credo sia più utile.
Compra l’astuccio a tre scomparti, matite colorare, biro che tanto non usa, pennarelli con il nome sopra. Ma signooooooora lo vuole di quelli economici o può scegliere quello che vuole. Con annessa voce giudicante sul mio ceto sociale.
Preso. Costato 35€. Le matite sono Giotto mi ha detto. Per quella cifra mi aspetto che dentro l’astuccio ci sia pure un pezzo del Giudizio Universale.
Compra la carpetta con l’elastico. Il portalistino. L’astuccino con zip. La colla stick. Le forbici sfruc. Il temperino sbram. Ed anche un po’ di fogli sticaz.
Che servono. Forse a metterci la mia crisi esistenziale al passaggio della mia carta di credito a fine spesa.
Poi insomma, i fogli sticaz oggigiorno servono sempre.
Vuoi mettere in prima elementare.

Poi arriva la prima riunione con le maestre.
L’inadeguatezza di non sentirsi assolutamente pronte verso una scuola dove le maestre ti danno del lei (Lei? Lei chi?). Dove le cose che ha fatto il tuo piccolo cucciolo te le segnano sul quadernino.
Sul quadernino????? Oh mamma mia. 

E io come faccio che quando chiedo a Paride com’è andata a scuola mi dice “mmm”.

Che non è nemmeno quel veloce e svogliato “bene” che mentono gli adolescenti alle mamme, è più un mugugnio della serie “dai-mamma-ma-cosa-chiedi-che-abbiamo-disegnato-striscioline-di-a-in-corsivo-per-un’ora-e-io-ora-voglio-uccidermi-con-pane-e-salame”.
Sì sì certo vero, so interpretare alla perfezione i mugugni di mio figlio. Ma fino all’anno scorso com’era andata a scuola me lo diceva una maestra stupenda con gli occhi blu e il sorriso confortante.
Adesso la nuova maestra di Paride sembra Goku in versione super-sayan e me lo lancia tipo sfera del drago dalla scala di ingresso e uscita. Mi viene pure il panico di non prenderlo al volo. Per cui spintono con le altre mamme per essere il prima linea.
Chi e come vengo rassicurata che non ha fatto il tris di pasta al pesto? Chi mi rassicura che quel livido che ha sulla testa non è il tentativo di fuga a testate dal cortile ma solo una tenere scazzottata tra amici. Chi? Chiiiiii?? Il bambino con la facciotta che sembra uscito da Gomorra forse??
Il suo “mmmmm” forse? Panico. Sempre a livello TOP.

E chi mi ha preparata alle altre mamme davanti a scuola?
Quelle che aspettano insieme a te e che tu guardi con un misto di terrore e circospezione.
Quelle che hanno il tacco 15 e il pantaloncino da vedo-non-vedo-la-cellulite e i capelli stiratissimi e lucidi che manco il giorno del matrimonio io li ho mai avuti così.
Quelle che chiacchierano in gruppetti come vecchi amici al bar e da cui tu, inesorabilmente asociale e timida, sei fuori.
Quelle che “porto a casa io oggi Carletto” che a me non me lo ha mai detto nessuno, perché per portare a casa Paride ci vuole il corso avanzato per Marins e almeno una medaglia al valore.
Quelle che vanno a correre insieme, vanno a camminare insieme, vanno in piscina insieme.  Che beate loro che stanno sempre insieme che io dopo un po' mi sto pure sulle palle da sola.
Quelle che non ci sono mai, che mandano la nonna, il nonno, la babysitter o la zia minorenne.
Quelle che hanno 3 figli sotto i 5 anni ma l’aria più riposata di te.
Quelle che sono come me, che fingono di guardare il cellulare per non parlare con nessuno-nessuno-nessuno perché hanno le stesse capacità di socializzazione di un’orca assassina al delfinario di rimini.
Povere noi. Povere loro. Poveri tutti.
- Andiamo andiamo andiamo Paride è tardi.
- Per dove mamma?
- Bho. Non. So. Tu cammina. 
Altroché trincea. Noi abbiamo in testa il coprifuoco.
Capacità di socializzazione zero, ma siamo salvi. A casa.

Ed infine i compiti a casa e i voti.
Completa la scheda e colora con matite colorate.
Chi? In che senso? Completa dove? Segui la linea? Che linea? Completa colorando? Chi?? Unisci le righe? In che verso? Che linee??
Oddio santissimo.. i logaritmi.. dove sono i logaritmi. Le funzioni di terzo grado. I fogli excel. Le mie tabelle pivot e i report di marketing per 7 paesi a dodici filtri in 15 lingue. Doveeee?
Quali maledette linee devo unire? Ah. Poi amore vanno colorate.
Ma dove?
Ecchenessò. Tu colora quello che resta. No dai non tutto di azzurro. Ah ecco di blu. Che non usi colori troppo accesi eh. Maledetto Giotto dove sei ora che servi.
Completa la strisciolina. No. No. Non così.
Ma mamma è difficilissimo.
Amore-di-mamma difficilissimo completare una strisciolina a zigzag ??? ( genitori ricordatevi di non mettere pressione ai vostri bambini, ognuno ha i propri tempi, ogni bimbo è un fiore che sboccia con i propri ritmi..)
Meeeeeh amore devi fare delle striscioline a zig-zag. Ce la puoi fare. (repira anna respira). Sarà un fiore di cactus di quelli che sbocciano ogni 15 anni lui.
Non mi va.
Manco a me va di mondare i fagiolini e vorrei cenare da Cracco tutte le sere ma mo’ ce tocca.
Tu finisci la cavolo di strisciolina e io finisco i cavolo di fagiolini che poi affoghiamo le nostre frustrazioni in un succo di pompelmo, un biscotto e una coccola sul divano.

Che qui, ragazzi, non possiamo mica prendere un Benino.
Che da grande, se tutto va bene, apriamo una cartoleria.

Baci baci.
..Sul quadernino però!!

15 maggio 2019

La mamma stira lo dici a Tu' sorella!!


Qualche tempo fa mi sono imbattuta, come forse la maggior parte del popolo del web, in quello strano caso di sussidiario che diceva La mamma Stira – o cucina – o tramonta. Il papà legge –o lavora –o gracida.

Mi sono immediatamente immedesimata in quel piccolo uragano di figlio che ho messo al mondo, e pensare come lui avrebbe risposto a questa analisi grammaticale sconsiderata.
La mamma non stira. No di certo. Non ho il ferro da stiro. Ho venduto su e-bay l’asse qualche anno fa perché ingombrava anche nello sgabuzzino, e giaceva inutilizzata, intonsa con ancora la plastica, da anni lì dove era stata riposta il giorno stesso che avevo deciso di acquistarla.
Una volta in tutta la mia vita credo di aver pensato di stirare una camicia, mi ricordo come fosse ieri di essermi ritrovata dopo pochi minuti, praticamente in lacrime, a rigirare per la terza volta una manica tutta sgualcita, con un tremendo mal di testa e mal di schiena, certa che quella macchina infernale spara-vapore non avrebbe mai più rovinato le mie giornate. Dì no allo stiraggio. Dì sì al lavasecco o alla santanonnapensacitu.

La mamma non stira. Cucina, sì, a dire il vero ama cucinare ma non è certo il suo lavoro. Ama cucinare come ama mangiare, quindi perché non scrivere La mamma cena al ristorante. Mi suonerebbe molto più emancipato e felice. Perché la mamma cucina, sì, ma forse tramonta pure.
La mamma tramonta la sera, quando lenta spegne i suoi pensieri sul divano guardando cosa dice il bizzarro mondo là fuori, su internet e su facebook. La mamma tramonta quando accende una doccia calda mentre il sole scende all’orizzonte, per godersi pochi minuti di pace con il solo scrosciare dell’acqua e il profumo del maledetto bagnoschiuma al Vetiver della Occitane che costa come un diamante rosa. La mamma tramonta ogni sera, infilandosi sotto morbide coperte, abbracciando il mio cucciolo d’uomo che finalmente dorme, che odora ancora di fango e polvere dopo una giornata a scavare in giardino nell’intento di costruire un resort per formiche (per informazioni rivolgersi a Paride – ore pasti).

Paride quando per la festa della mamma ha dovuto disegnare cosa fa la mamma mi ha disegnato al computer, con un bellissimo muro azzurro dietro, una tazza con un cuore e un bel sorriso allegro.
Mi ha anche disegnato un po' nana con le gambe che non toccano terra. Insomma, un vero amante del dettaglio.

Titolo del disegno: Alla mamma piace lavorare al computer.
Matita colorata su foglio riciclato.
Autore: Paride Bosi. 5 anni.

Fateli scrivere a lui i sussidari la prossima volta.

La mamma non stira, maledetti voi. La mamma ha fatto l’università e ogni giorno prende la tangenziale per farsi 40 km per andare in ufficio. Perché ama lavorare al Computer.
Perché ha studiato per fare un lavoro che ama, e che fa con il massimo delle sue capacità sempre. Anche quando non si sente apprezzata quanto vorrebbe. Anche quando pensa che più che per dei prodotti da laboratorio vorrebbe lavorare per la redazione di Topolino. La mamma lavora anche se alla sera è stanca morta.
La mamma ama lavorare al computer perché crede che essere mamma sia una benedizione ma non sia un mestiere, non sia una professione. La mamma ama lavorare al computer perché vuole insegnare al proprio bimbo che bisogna lottare sempre per la propria soddisfazione, bisogna fare sacrifici per riuscire in ciò che si ama, bisogna lamentarsi meno e rimboccarsi di più le maniche nella vita, che di reddito di cittadinanza in casa mia non ne voglio vedere ne ora ne mai, perché la voglia di lavorare, la voglia di mettersi in gioco, la voglia di studiare per guadagnarsi i soldini per una bella vacanza sulle alpi che tanto amiamo o in giro per il mondo è un diritto di chiunque abbia forza di volontà, passione ed etica. Maledetti voi. Scrivete questo del sussidiario.

La mamma non stira.
Tramonta alle volte.
Ma soprattutto lotta ogni giorno contro la mediocrità dei luoghi comuni che ancora oggi, nel 2019, vogliono una mamma stirare e cucinare manco fosse un maggiordomo.

La mamma non stira.
Tramonta alle volte.
Gioca a biliardino in pausa pranzo con la stessa competitività di una finale di champion, beve birra fresca possibilmente non filtrata e possibilmente almeno 2, uno dei suoi programmi preferiti è TopGear!

La mamma non stira.
Tramonta alle volte.
Si arma di bastoni e gioca ai vichinghi in cortile, sorride ai pantaloni sdruciti e infangati di suo figlio pensando che si è goduto la giornata e pianifica percorsi ad ostacoli in casa saltando da un mobile all'altro a mo' di giochi-senza-frontiere.

La mamma non stira.
Tramonta alle volte.

Ma soprattutto lavora, si illumina, sorge, corre e sì, in occasioni come questa, si rompe le balle e gracida anche. Vedi mo' quante robe può fare mamma.

Eccallà.
La mamma stira vai a dirlo a tu'sorella.

27 dicembre 2018

Mary (Poppins) per sempre...


Vi dico solo una cosa: se siete cresciuto con il Mito della tata più incredibile di sempre, praticamente perfetta sotto ogni aspetto, se sapete a memoria ogni canzone, ogni scena, ogni minimo dettaglio e particolare del film originale.. se vi parte il “suffragette a noi” appena incrociate le amiche per strada… bhe, allora NON andate a vedere il nuovo film.

Non andateci, perché alla fine del film desidererete con tutto il cuore che, altrochè BigBen, indietro nel tempo possiate andarci voi....A prima di entrare in quel Cinema!!

Il nuovo film è una Caporetto, l’unica cosa che salvo sarebbe lei. La Emily Blunt, che in realtà è brava e adatta, ma che povera lei, l’hanno immersa in un film che fa acqua da tutte le parti e che, se doveva far sognare chi - con Mary Poppins - ci è cresciuto felice, al contrario invece si trova catapultato in una catastrofe di Film che ti chiedi perché non sei rimasto a casa a vedere I 72 animali più pericolosi del Sud America per dodicesima volta.

Vado con ordine (di comparizione).

L’attore che fa l’acciarino (che dovrebbe essere il nuovo “spazzacamino”) è terribile. Non ti diventa simpatico manco dopo 7 bicchieri di Veuve Clicquot della cena di Natale, del resto è complesso mettersi al paragone di quel mostro sacro di Dick Van Dyke, ma chi ha scelto il cast doveva averne bevute sette di bottiglie, di Velve Clicquot, per scegliere una sottospecie di brutta copia con la voce dei cugini di Campagna. Terribile. Terribile ancora di più quando (attenzione Spoiler) alla fine del film, tipo la Madonna a Lourdes, il vero Dick Van Dyke compare per un Cameo in una scena finale.. e tu piangi disperatamente pensando che il nuovo Spazzacamino lo hanno fatto fare ad uno che non sarebbe bravo nemmeno a fare il fattorino del Camioncino della Crescenza di NonnoNanni.

L’attore che fa il papà, uno dei protagonisti, per capirci.. il Michael cresciuto… lo hanno fatto fare al Nongiovane (Francesco Mandelli, per chi è poco affine ad MTv). Non è bravo. Non è credibile, pare abbiano attaccato i baffi di Mr. Potato ad un ragazzetto di 22 anni. Non ti viene da essere empatico con lui nemmeno se gli è morta la moglie, se fa un lavoro che odia e se sta per perdere la casa. Nulla. Incredibile. Qui, la scelta del cast, altroché 7 bottiglie di Velve Clicquot, qui erano come minimo 7 casse di Velve Clicquot… prese in testa.

Le canzoni sono tutte incredibilmente monotone e tristi. Rimpiangi in ogni singola nota lo Zecchino D’oro e Mago Zurlì, e ti chiedi perché, perché.. perchèèèèèèè… ??
non chiedevamo un “supercalifragilistichespiralidoso” che è un capolavoro musicale, ma qui le canzoni sono una più triste dell’altra che Sanremo pare una fortuna per le orecchie. Chi le ha scritte queste? Ermal meta in crisi depressiva post abbandono di quel bonazzo di Fabrizio Moro?

La storia è una roba da suicidio di massa. Tre bambini che hanno appena perso la madre e stanno anche per perdere la casa. Con un padre anaffettivo che ha le stesse doti recitative della Bellucci. Bambini poveri e depressi che girano in una Londra nebbiosa e gelida in braghe corte che sembrano essere stati appena assoldati nelle fila dell’opera nazionale Balilla. Una roba da far accapponare la pelle. Va bene il dramma. Va bene la storia della casa di famiglia da salvare, ma qui più che Mary Poppins ci voleva dell’antidepressivo nelle condutture dell’aria per evitare un suicidio di massa nel piccolo cinema di provincia. Che mi sento totalmente d’accordo con quel bambino che a metà film ha urlato “voglio andare viaaaaaa”. Ha ragione lui. Lui o mio figlio che dopo aver spazzolato mezzo chilo di pop-corn in 12 minuti netti, si è addormentato sul suo doppio mento. Hanno ragione loro.

Ed eccola poi lei, alla fine, la Jessica Fletcher, che compare al termine del film. Quelli che in sala sanno chi sia hanno dato una veloce e immediata grattatina alle palle (di natale.. rigorosamente). Tutti a fine film ci siamo chiesti chi sarà il morto.
E visto il film, a mio avviso, qualcuno lo merita di sicuro.
Quello che ha pensato di fare un “il ritorno” al film più bello di sempre, senza rendersi conto dell’importanza che questo poteva significare, scegliendo attori a casaccio. Facendogli cantare canzoni brutte. E infilandoci una storia terrificante che se andavo a vedere Nightmare Before Christmas era più allegro.

Ed ecco che “murder, she wrote” mi diventa “Mary Poppins, they killed”

Altroché un poco di zucchero, qui, per ingoiare la pillola mi serve l’intera riserva nazionale di Zucchero Del Sud America.
E se di riserve, hanno altro, forse è pure meglio….perchè qui il trauma è serio!!

.. voi, amici e compagni di “com’è bello passeggiar con Mary”… Voi che siete ancora in tempo e avete ancora nelle orecchie la felicità di Cam-Caminin e la bellezza di Julie Andrews siatene felici, e al cinema andate a vedere BumbleBee.

Sentiteamè.

30 maggio 2018

MIAO-SOCHISMO


Tu sei lì che cerchi di dormire. Buio. Notte.
Qualche rumore di foglie nella campagna illuminata solo dalla luna. Il vento che fa frusciare gli alberi di ciliegio carichi di frutta rossa e matura. Una cicala in lontananza. Una macchina che accelera sulla bazzanese laggiù in fondo alla via, attutita dal silenzio della campagna. Una luce di un lampione che trapela dalla finestra socchiusa. Tu con gli occhi che si stanno socchiudendo mentre Adam (in TV) si sta mangiando quello che sembra il panino più buono e più grasso di sempre nella sua lotta di Man Versus Food sul canale 33. Il piccolo cucciolo d’uomo che ronfa accanto a te, con le manine cicciottelle, appiccicose e irrimediabilmente sporchine (anche se gliele ho sgurate mezz’ora – sì giuro – prima che chiamiate i servizi sociali). Eccolo il sonno che arriva. I sogni belli. La quiete dopo una giornata di lavoro e di faccende domestiche e famigliari. Quel momento di serenità infinita in cui affondi le mani sotto la morbidezza del cuscino, accarezzi le lenzuola fresche con i piedi nudi e pensi che finalmente un buon sonno ristoratore attende il tuo corpo.

Ecco. Ci siete fino a qui? Avete presente quel momento? Quell’attimo? Quell’unico momento della giornata che vi riposate? Che finalmente vi abbandonate alla quiete che precede il meritato sonno?
Ecco. Io ho deciso di prendere un gatto. Un cucciolo di gatto di un mese e mezzo. Nero come il carbone. Con gli occhi verdi come gli smeraldi grezzi. Completamente fuori di testa.
Quindi rivediamo un attimo la suddetta situazione.

Tu sei lì che cerchi di dormire. Buio. Notte.
Qualche rumore .. sempre più incalzante, lui il piccolo nuovo di casa sale le scale di quattro in quattro come fosse una lepre in preda alla sindrome del bianconiglio. Poi si sfionda sul letto. O almeno ci prova perché è lungo (o dovrei dire corto) circa 20 cm per cui deve saltare dieci volte prima di raggiungere il materasso alla vertiginosa altezza di circa 50 cm, e ad ogni tentativo lo senti provare ad aggrapparsi con quelle unghiette affilatissime che Miracle Blade può solo accompagnare e già pensi a quanti vestiti dovrai rinunciare per ricomprare il letto completamente distrutto dal gattino che hai voluto TU.  Poi arriva sul letto, e nell’ordine salta Paride con un balzo, ma una zampina gli resta impigliata nelle coperte e strabuzza sulla testa del piccolo cucciolo d’uomo dormiente miagolando come un forsennato in una piroetta aerea che Yuri Chechi spostati. Ed ecco che i rumori diventano sia lui che smiagola che il cucciolo d’uomo che gnola per essere stato svegliato. Poi finalmente prende bene le misure, e salta a piedi pari su di te. Con entrambe le zampe anteriori tipo batterista di un concerto punk-rock sotto acido. Cercando di capire se le unghiette le può usare o meno in questi suoi tentativi di caccia-grossa-nella-savana-visto-che-credo-di-essere-una-pantera-nera. Si allena a fare Baghera la piccola belva, con le mie mani, le mie gambe, i miei piedi, e l’avambraccio come prede.. avete presente quella parte di braccio liscia, morbida, soffice.. quella dove manco i peli ci crescono tanto è delicata. Ecco. 5 unghiette come spilli conficcate nella carne. Con il pelo più morbido di sempre, e con la cattiveria più terribile di sempre. E se lo allontani miagola così. Maomaomaomaomaomaomaomaomaomao(all’infinito). Che sembra Fedez in preda ad una canzone d’amore per la Ferragni. Stessa piacevole melodia. Stesso ritmo incalzante. Stessa simpatica cantilena. Stesso sentimento scaturito nell’ascoltatore “diotipregosmetti”.
Maomaomaomaomaomaomaomaomaomao (all’infinito) in crescendo. Ok. Ok. Entra.
Ed eccolo ripartire l’allenamento modi cross-fit della piccola pantera nera che tenta di compiere l’agguato del secolo, con tanto di culetto all’insù e testa maldestramente mimetizzata tra le lenzuola BIANCHE. Sei nero tu. Ti vedo. Un balzo ed ecco nuovamente 5 unghiette conficcate nella caviglia che lui pensa siano una gazzella in sud africa. Maledizione. Io non dormo, non dormirò mai più.

A paride stamattina ho detto “è fuori di testa Mazinga”… e lui con quella saggezza serafica che può avere solo un bambino cresciuto a pane ed ironia mi ha risposto “mamma, lo abbiamo chiamato Mazinga, lui prova a lanciare i raggi fotonici..”

Niente. Hanno ragione loro.
Io mi chiedo che diamine mi è passato nell’anticamera del cervello quando ho deciso di prendere un piccolo cucciolo di pantera. A cui abbiamo per lo più dato il nome del più forte robot di tutti i tempi.
Quando in casa già avevo un piccolo cucciolo d’uomo, con il nome del più temibile personaggio epico. E già ne avevo avuto la prova, che il nome CONTA.

Biscottino lo dovevo chiamare. O Fufi. Maledizione.
Ma niente, gente, ben mi sta. Quando si suol dire “non imparare dai propri errori”. Un figlio di nome Paride e un gatto di nome Mazinga. Cosa pensavo davvero? di ascoltare i grilli la sera nella quiete che precede il sonno?

Poi però li ritrovi così... e il tuo cuore si trasforma in un attimo in un patè-di-pollo-e-tacchino-in-gelatina.


10 maggio 2018

Psycho.


Parliamo per una volta di cose serie. Per quanto mi è possibile, tra una sopracciglia tirata su e l’altra ad odiare mezzo mondo. E l’altro solo un po’ meno. Figlio escluso. Che quello core-de-mamma è luce. Con la L grande. Luce. Nel senso che sta sempre acceso a rompe-er cazzo. No. Dai. Scheeeerzo. ZSCUUUUSAAAAA (Cit.)

Torniamo alle cose serie.

Nella mia vita ho sempre pensato e creduto che dalla psicologa ci vanno i matti. O quelli che non hanno amici che li ascoltano, perché alla fine di parlare si tratta. Di te. E gli amici a cosa servono se non a quello no? E allora se tu non hai amici, hai bisogno di pagare uno per ascoltarti. Che pena. Che tristezza. Che solitudine infinita. Ovviamente si parla di psicologi girl-friendly. Di quelli che devono supportare nelle turbe pre-post-adolescenza ragazze "normali" in costante crisi ormonali di varia tipologia.... Robe tranquille. Non di quelle robe serie e terribili per cui devi prendere calmanti altrimenti ti ritrovano in una vasca da bagno vestito a guardare la D’Urso. Che vabbè, quelle sono patologie e non mancanza di amici. E allora meglio pagare e guarire in fretta.

Dallo psicologo ci vai se non hai amici o sei matto matto, pensavo. Tipo matto che devi chiudere e riaprire la porta di casa 7 volte o multipli di 7. Che devi fare il segno della croce 2 volte e mezza se ti attraversa la strada un gatto nero a marzo, negli anni bisesti.  Tipo che se metti il piedi destro a terra prima del sinistro chiami e ti metti in malattia perché l’oroscopo di Fox ha detto che è segno di una svolta terribile del toro in cuspide con plutone ed uranio. Che quello poi si è anche impoverito. Vedi la sfiga?!

Dallo psicologo ci vanno i matti. Quelli che vedono la gente morta. Si sentono seguiti. Parlano con gli alberi. Non mangiano carne. Tipo quelli lì.. tipo i vegani ecco giusto per capire una tipologia. Ma la gente normale dalla psicologa non ci va. Poveretti. Che vergogna. E’ riprovevole, ci vanno i matti. Della serie ne avete mai visti di Selfie con il becco d’oca fuori dalla psicologa con scritto “new look-inside” #sonomatta #segretoprofessionale #hofattoloshatushalmiopassato. ??? Nah.. non credo. Instagram è psicologi-free.

Poi, in realtà, per cose che non vi starò qui a raccontare ma che hanno a che fare con la formazione personale suggerita dall’azienda e che, pur di non fare risatine isteriche a comando, ci vado tutti i giorni dallo psicologo.. ecco robe così, ho pensato che fare qualcosa per la mia introspezione personale non fosse poi del tutto male. Visto che appunto odio tutti. Spesso. E talvolta anche me stessa. E così mi sono detta perché non provare. Un’amica che ho particolarmente a cuore un giorno mi ha detto che “andare dalla psicologa è il miglior regalo che puoi fare a te stessa”. Mi ha convinto. In un secondo. E ho detto.. dai una volta voglio provare.

E così ti ritrovi seduta a parlare di quanto avevi 12 anni e l’amica della sorella ti ha distrutto i sogni di bambina con una frase buttata lì. Ti ritrovi a capire che hai l’ansia, i sensi di colpa, l’emotività bloccata, la mania del controllo, le doppie punte ed anche.. a tratti.. le crisi depressive che sfoghi nella birra. Che bho. Può esse' pure. Ma adesso che ci penso in effetti quei soldi lì li potevo spendere in birre belghe doppio malto. Che con quelle parlo che è una meraviglia, ti racconto pure i sogni che facevo da bimbetta, quando sognavo di volare dentro un tendone pieno di gente. Che poi, con il senno di poi e con la consapevolezza dei miei 37 anni vi dirò che secondo me era un tendone dell’October fest. Bambina felice.

Insomma, dai, sto scherzando.. in realtà qualche giorno fa un’amica mi ha condiviso un post che parla del fatto che in un mondo malato sono le persone normali ad andare dallo psicologo, vi confesso che il post non l’ho letto, ma il titolo mi aveva già convinta. Anche perché in queste occasioni hai bisogno di dire a te stessa che sei normale, per non impazzire, che poi è una contraddizioni in termini.. tanto dallo psicologo già ci vai. Quindi forse meglio pensare che ci vai a ragion veduta. Insomma, che non sono soldi buttati via che potresti spendere in birra e viaggi. 

E sapete cosa vi dico, credo che la mia amica avesse ragione, arriva un momento della propria vita che mettere uno dietro l’altro tutti i tassellini che ti hanno resa ciò che sei è utile. E prezioso.

E arrivi finalmente a capire qual è la diagnosi. Chi sei. Perchè sei così. E che va bene. Va bene come sei.... e da lì tiri un sospirone di sollievo e capisci che tanto male non va.

Et voilà.



03 luglio 2017

Godzilla

Occhi grandi, capelli lunghi, le ciglia flap-flap che lasciano poco scampo.
Non sono perfetta, ma nemmeno un po’, eppure è quello che mi è sempre stato richiesto.
Ottimi voti. Schiena dritta. Mangiare a bocca chiusa con gomiti stretti. Sorridi e saluta.
Ragazzi di buona famiglia. Amiche laureate. Diciottesimi di compleanno al Circolo Bononia con il vestito lungo di Armani.
Macchine con vetri oscurati. Casa al mare. Vacanze in America.

La perfezione è uno dei fardelli più dannatamente difficili che ti mettono sulle spalle da piccolina.
Devi essere quella brava a scuola, quella educata, quella elegante, quella sposata in Chiesa con bambini educati e vestiti bene.
Devi portare avanti questo impegno che hai preso con la vita senza battere ciglio, con impegno che nemmeno fossi l’amministratore delegato della Lamborghini.
La casa con le tendine in pizzo. Le bollicine alle cene importanti. Il vestito sartoriale. Il lavoro di pregio ma anche il tempo per occuparti della casa, dell’educazione di tuo figlio, l’inglese parlato quasi perfettamente.

E poi un giorno, in lacrime in un angolo di vita, ti rendi conto che perfetta tu non ci riesci più ad essere.  Che forse, davvero, non avresti mai voluto che nessuno te lo mettesse in spalla questo fardello.

Che vuoi mangiarti le unghie.
Vuoi avere i capelli spettinati, il trucco sbavato, bere birra fino a notte e dormire fuori casa.
Vuoi che tuo figlio si rotoli nella sabbia del cortile della scuola e ti abbracci sporcando il tuo vestitino di H&M da 7€. Bianco. Ed anche un po’ trasparente, che nessuno ha detto che devi per forza fare la suora di clausura.
Ridi a crepapelle in una panda puzzolente anche se non ha i vetri oscurati. Le vacanza invece che nell’hotel costoso ti andrebbe benissimo farle a Tavernelle nel soggiorno dell’amica più pazza che hai.
Che quella perfezione che con tutto il cuore hai perseguito per una vita sta soffocando la felicità, la libertà, l’Anna che c’è sotto.

L’Anna imperfetta.

Quella che mette i piedi sul cruscotto della macchina. Che odia il perbenismo, il qualunquismo, il bigottismo. Che crede che nella vita si possa e si debba cambiare idea ogni tanto. Altrimenti la testa ti puzza di chiuso.
Quella che trova che se il suo bimbo mangia con le mani e si sporca di maionese fino alla punta dei capelli, va bene così. Lo pulisco piluccandogli il ciuffo. E rido con lui a crepapelle.
Quella che va bene anche uscire la sera e fare le quattro del mattino con qualche cattiva compagnia. Che chi decide poi chi sono le cattive compagnie?
Quella che non si veste Armani e non saluta con cortesia la madre della sorella della zia della suocera. Che nemmeno sai chi diavolo sia.

L’Anna che non è sempre elegante, ed alle volte balla fino all’alba, sorridendo a chiunque incroci il suo sguardo che per fortuna sa non “ce l’ha” solo lei, e quindi non importa che se la tiri come se fosse Belen al Bilionarie.
Quella che a 36 anni non ha deciso che va sempre bene tutto, comunque, in ogni caso, senza lottare. Senza mettersi e mettere tutto in discussione. Solo perché non si fa.
Quella che i capelli lunghi e gli occhi grandi li ha comunque, anche se alle volte sono pieni di lacrime perché perfetta non riesce più ad esserlo.
Che si impegna perché il suo bimbo sia felice, più che elegante, che si impegna perché viva mille avventure piuttosto che sia ben educato a tavola. Che non gli frega proprio nulla che saluti la gente con la manina sporca di ciliegie, fin tanto che saprà arrampicarsi sugli alberi con il sorriso più bello del mondo, come un piccolo Tarzan. Finché guarderà me negli occhi dicendomi, la mattina alle 8, che mi vuole bene.

Che con le tendine di pizzo ci vorrei fare un tappeto volante per scappare via da tutti quelli che dentro casa provano a guardarmici dentro. E che il vestito sartoriale ad un certo punto prendo le forbici e lo taglio sopra il ginocchio, perché così si balla più liberamente.
Che l’inglese lo voglio parlare perfettamente per girare il mondo, non per essere un orgoglio per il papà, che alle volte mi scrive “cordialmente” alla fine di un messaggio email.
L’Anna che mangia con i piedi sulla sedia, accovacciata come una bambina, e spilucca dal piatto di chi ha accanto.E non saluta la gente per strada, e se ha qualcosa da dire a qualcuno lo fa guardandolo negli occhi fino all’ultima parola, non dietro ad un PC o sparlottando con altri.

Quell’Anna dei miracoli per cui mi sono presa sempre sberle da bambina, perché non si fa, perché dovevo essere sempre perfetta.
E poi ad un certo punto, presa dal peggior raptus che ti sia mai venuto nella vita, ti trasformi in Godzilla e provi con tutta la forza che hai in corpo a spaccare tutto.
Ma tutto tutto tutto. Che non sono perfetta, non lo sono mai stata e non lo voglio mai più essere.


Voglio essere Godzilla ed essere il più imperfetta possibile e lottare per la mia libertà, per quanto forte voi mi sparerete contro. O forse, più che Godzilla, voglio tornare ad essere l'Anna dei miracoli cieca e sorda al resto del mondo. Chiusa nel suo mondo imperfetto che vaga a tastoni di una vita al buio alla vana ricerca che qualcuno, dannazione, creda in lei nonostante la sua IMperfezione.

20 aprile 2017

E’ dalle imperfezioni che entra la luce.

Non sono una persona semplice, né lo voglio essere. Non faccio sempre e comunque quello che le persone si aspettano che io faccia. E ne sono fiera. Perché quando gli equilibri si rompono le persone si devono esporre per non cadere. E' fisica.

Non sorrido a comando, a meno che non sia un poliziotto che mi ferma alle tre di notte ed io devo evitare l’alcol test. Allora sì, sorrido a comando. O al Commando. Basta che mi lascino tornare a casa con macchina e patente. Che qualche cavolo di vantaggio ad essere femminuccia ci deve pur essere. 

Non rispondo ai messaggi se non c’è niente da rispondere, a meno che non abbia voglia di scrivere qualcosa io, e per la maggior parte delle volte se scrivo è perché mi piace la sensazione di aspettare una risposta. Di vedere il “…sta scrivendo” che compare sullo schermo del telefonino per poi lasciare il messaggio un po’ lì, non letto, per il gusto di sapere che c’è. Per godermi quel tempo di attesa che odora di sabato del villaggio. Che non è Fantozzi. Capre-ignoranti.

Non resto il sabato sera a guardare a casa c’è posta per te. Nemmeno se prendessi il Lexotan ed avessi 84 anni. Il sabato sera mangio pizza surgelata, bevo birra surgelata, e rido come una matta ballando musica degli anni 2000 guardando improbabili ventenni con pantaloncini aderenti e scosciati sculettare bevendo Redbull e vodka… generazione di rincretiniti che non ha neppure capito che il party anni 2000 dell’Estragon non parlava dei nati nell’anno 2000. UmbertoECOpregapernoi.

La mattina mi sveglio alle 6.15 fresca come una rosa, che manco i frati francescani e inforco le All-Star distrutte da teenager denoattri, carico il cucciolo d’uomo di tre anni e mezzo sulla bici, e mi inebrio della campagna alle 8 del mattino. Mi inebrio da 39 di febbre e mal di gola per una settimana. Mi inebrio di marito che rischia l’attacco di allergia e la morte certa fra nuvolette di polline. Mi inebrio di mio figlio che cerca con tutte le sue forze di farmi cascare ad ogni curva spostando sapientemente il peso del suo corpicino esattamente dalla parte opposta di dove dovrebbe. Mi inebrio di campagne fiorite e cieli azzurri che Van Gogh spostati che io c’ho Instagram con il filtro “Lo-Fi” che non so che cavolo voglia dire ma Fi(ga) mi ci fa sembrare pure se ho le occhiaie da Panda in estinzione.

Non ascolto le dicerie e faccio lo slalom tra i consigli di vita e gli aforismi da bar sport della pagine Facebook. Se morite dalla voglia di sapere come sto, vi do un consiglio spassionato: potete tirare su il vostro bel telefonino che non serve solo a scrivere gli stati colorati di sta ceppa e chiedermelo invece di studiare i miei stati su Facebook manco fossero la monografia di Pirandello - che a farci una tesi di laurea ti danno la laurea ad honorem in scienze del fatti i cavoli tuoi e a farci un'indagine statistica ti leggono di sicuro nell’edizione di studio aperto delle 12.15 che guardate solo voi e la zia Assuntina. Porcalapupazza.

Non mi metto i tacchi che tanto sono bassa. Non faccio fesso nessuno con 15 cm di tacco e una camminata che sembro Pelè in via rigosa. E se li metto ci vado dalla scrivania dell'ufficio al bagno e ritorno. E a metà mattina sono già a piedi nudi per il corridoio che le fotocopie le vado a prendere correndo che se mi vede il capo altroché dress-code parte la denuncia. Mode primavera estate 2.0. Il piede scalzo tira.

Non sono una persona semplice né facile. Non sempre faccio cose che poi sono in grado di spiegare. Figurati se siete in grado di spiegarle voi. O di capirle. O di provare a farle capire a me. O di provare a spiegarle agli altri. Faccio cose e punto. Poi vorrei avere la bacchetta magica e tornare indietro che #ancheno ma indietro non si torna, allora cerco di andare avanti a testa alta e spalle larghe, e sorrisi spianati come vestiti nuovi, che se porti avanti i tuoi errori con orgoglio finisce che gli altri li scambiano per scelte ponderate, e forse capita pure che la gente si domandi se siano successe davvero o non sia forse solo frutto della loro immaginazione. Che bisogna andare a scuola da Dynamo che mentre con nonchalance ti riempie la stanza di farfalle colorate ti ciula l’Iphone 9 e seppellisce il cadavere di tua nonna sfoggiando il sorriso più aggraziato che la mamma ci ha donato. Magggia-Maggia. Tutta invidia la vostra che avete già passato il tempo delle marachelle. A me capita di esserci dentro ancora alle volte. Che come dice il saggio, una cosa è invecchiare ed una cosa è crescere. O era il guru della due giorni motivazionale che avrei preferito morire che frequentare. Bho. Poco importa, su questo (e solo su questo) aveva ragione.

Non vivo nel mondo delle fiabe, anche se ho i capelli lunghi come Rapunzel (a detta di mio figlio) ed ho imparato a fare i conti con la realtà della vita. Non pretendo di avere accanto il principe azzurro, perché si sa sempre meglio trovare Shrek e tenerselo stretto stretto. E se le favole non sono sempre facili e semplici meglio ancora, serve creatività, inventiva ed ottimismo. E facile e semplice non lo sono nemmeno io. E fiducia nel futuro, realtà o favola che sia, che prima o poi arriva sempre un lieto fine.

Non sono una persona lineare e lo dimostra il fatto che mio figlio invece che sapere le canzoncine della baby dance si arrampica sugli alberi al grido di “mazeeeenga mazeeenga… robooooot”.

E poi mi prende la faccia fra le sue manine pacioccose e mi dice “Mamma. Tu sei quella giusta”.

Ecco. Non sono semplice. Né facile. Né lineare.
Ma sono quella giusta. 

Scrivetela voi una favola più bella di questa.